Tuesday, 18 October 2011 15:36

La festa rossa si tinge di nero: diario del 15 Ottobre Featured

Written by  Norberto Fragiacomo
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Le tre del mattino di sabato 15 ottobre: tira vento di bora, il piazzale antistante alla Risiera di San Sabba accoglie “pellegrini” intirizziti e stravolti. C’è chi, questa notte, non ha dormito proprio. Arrivano finalmente i due pullman, con targa slovena: montiamo, prendiamo posto, socchiudiamo gli occhi. Chi manca all’appello viene contattato telefonicamente (“sbrigatevi!”); si parte con lieve ritardo sulla tabella di marcia.

Scampoli di viaggio. Vicinanze di Monselice, ore 6 e 40: l’aurora appoggia delicatamente le dita rosate sulla linea d’orizzonte. Ad oriente veleggiano nuvolette bluastre, mentre l’azzurro si mangia pian piano la notte, e la luce degli astri si fa tenue: sarà una sfavillante giornata di sole. Ore 10 circa: l’autogrill alle porte di Firenze è invaso da un’infinità di giovani. Visi ridenti, facce per bene. Mi rimane impressa quella di una ragazza dai capelli biondissimi e gli occhi celesti, che sembra uscita da una tela di Botticelli: la sua grazia non sarà fuori posto – penso – in un corteo che abbraccia il futuro. Tra di noi, nonostante la levataccia, il morale è alto: si legge, si discorre, si pianificano “camminate del Popolo” sulle Giulie.

Due del pomeriggio: Roma è assediata dai bus, la stazione Anagnina è una babele di dialetti italiani. Ma il vero spettacolo è piazza della Repubblica: mai vista, in tutta la vita, una moltitudine simile; e poi carri, vessilli, striscioni, fin dove l’occhio può arrivare. Musica, tanta musica; un compagno di Sinistra Critica mi fa notare che noi triestini siamo indietro anni luce. Vero, ma intanto cerchiamo di non smarrirci, di restare uniti. Un giovane indignato arringa la “sua” folla: via le bandiere dei partiti, spetta a loro, agli studenti, costruire il domani. Vada a dirlo ai militanti di Rifondazione, spesso anziani, che si sono fatti centinaia di chilometri in corriera, per essere qui con i loro simboli! Detesto questa bolsa retorica antipolitica, che non distingue il grano dal loglio (PD, UDC e altre formazioni di destra). In un mare variopinto, è il rosso il colore dominante: quello delle bandiere della Fiom e della Federazione della Sinistra, che sventolano orgogliose sopra le nostre teste… e qualche volta, fortuitamente, le colpiscono anche. PD e IDV assenti; c’è un po’ di SeL, un drappello di trotzkisti del PCLI, e tanta Sinistra Critica. Cosa c’entrano, questi seri – talvolta commoventi – militanti con l’esecrata partitocrazia? Più giustificabili, invece, le contumelie all’indirizzo di “Narciso” (altro che Giacinto!) Pannella, e di quella fucina di capezzoni che è il partito radicale. Allegria di fisarmoniche e rombo di elicotteri: come colonna sonora non c’è male. Da una stradina laterale sbuca lo striscione fiammeggiante della Lega dei Socialisti: sono gli unici socialisti in piazza, anzi… sulla piazza! Li raggiungo con qualche difficoltà, dopo aver spiegato al vento – d’ordine di una simpatica militante trentina – il vessillo sovietico che mi è stato affidato. Scambio qualche battuta con un amico goriziano, ormai quasi “romanizzato”, poi ascolto le ultime novità dal segretario Franco Bartolomei, che marcia in testa e mostrerà, nei momenti più critici della manifestazione, notevole autocontrollo e capacità persuasive. Marianne tv è presente: Michele, direttore factotum, corre di qua e di là, per filmare ciò che accade e raccogliere interviste.

L’atmosfera festosa è presto turbata da voci di scontri in atto, più avanti; in lontananza, si alzano volute di fumo. Il cordone della Fiom per ora regge, ma è concentrato a sinistra; a destra, il corteo è senza protezione, permeabile.  Passiamo accanto alla prima auto bruciata, e poi loro si materializzano – loro, il famigerato blocco nero. Escono da portoni socchiusi, dalle vie sbarrate dai blindati: quelli privi di passamontagna si calano il cappuccio sugli occhi e passano all’azione, fendendo la folla. Sfogano la loro “rabbia” – una rabbia fredda e metodica – sulle macchine in sosta, poi si raggruppano intorno ai caporioni a volto scoperto. Sono ragazze e ragazzi giovanissimi, ma chi li guida ha già passato la mezza età: individuo un grassone vestito di nero, dai lunghi capelli grigi, che abbaia istruzioni in romanesco. Lui e i suoi pupilli non sono i benvenuti, ma nessuno si azzarda ad ostacolare quella teppaglia armata di mazze: ci limitiamo a scandire in coro “fuori! fuori!” e “andate via, fascisti!” Se ne vanno, ma quando fa comodo a loro: ormai, hanno preso in ostaggio la nostra protesta. Siamo ancora fiduciosi, però: si parla di mezzo milione di persone (“secondo la Questura”, ironizza un compagno della Fiom), tutte pacificamente determinate a lanciare il proprio messaggio di cambiamento. Altra immagine indelebile: l’incedere fiero di una giovane madre con un neonato al petto, infilato in una specie di marsupio. Il Quarto Stato in marcia… verso il domani, verso le sassaiole? Non sono stato l’unico a notarla: scoprirò, durante il viaggio di ritorno, che anche altri compagni hanno pensato a lei, mentre la situazione precipitava, e Roma ridiventava un’arena.

Finora il corteo si è mantenuto compatto, ma all’altezza del Colosseo accade l’imprevisto: lo spezzone della Fiom devia a sinistra, abbandonando il percorso prestabilito. Sapremo dopo che Landini, temendo di finire in trappola coi suoi (la Fiom, per le sue lotte coraggiose, è nel mirino di governo e potentati economici, non può permettersi passi falsi), ha ottenuto l’autorizzazione dalla polizia: ci sarà tempo anche per un breve comizio del segretario. Il resto dei manifestanti, però, non viene avvisato o, seguendo a lunga distanza, semplicemente non si accorge della svolta, e continua ad avanzare verso piazza S. Giovanni. Privato della sua spina dorsale, il serpentone di gente si frammenta in gruppi, va incontro alla disintegrazione – notizie di mischie furibonde in piazza e in via Merulana e la vista di una caserma in fiamme seminano il panico. Qualcuno si arresta, altri vanno avanti, ma senza sapere dove. Per chi viene da fuori una preoccupazione in più: ce la faremo a tornare a casa? Raggiungo tre compagni di viaggio, in cammino verso S. Giovanni. Uno di loro scherza: “un comunista, due della Fiom e un socialista, pare una barzelletta… manca solo il papa!” Tocca accontentarsi di un indiano biancovestito e con tanto di turbante, che oltrepassiamo a passo di corsa. Ovunque i segni della devastazione: cassonetti bruciati, carcasse di automobili (anche sulle utilitarie hanno infierito…), persino semafori divelti. Quasi non si respira, per il fumo sprigionato dagli incendi; ma davanti alla basilica sarà peggio. La carreggiata è chiusa da camionette della polizia poste di traverso: con qualche esitazione (mia), aggiriamo il blocco salendo sul marciapiede. Il fragore delle esplosioni testimonia che gli scontri sono tuttora in corso.

Finalmente giungiamo in piazza S. Giovanni, dove avremmo dovuto festeggiare tutti insieme la riuscita della manifestazione. Ma è davvero piazza S. Giovanni? Mi sento perso, non la riconosco neppure. Al centro staziona un bus, anzi un camion con il cassone aperto, gremito di gente che beve e schiamazza. Non capisco chi siano, né riesco a rendermi conto se i giovani riuniti in capannelli siano manifestanti “buoni” o “cattivi”. Tutti black bloc? Certamente no, ma sguardi ed equipaggiamenti sono da guerriglia. Non mancano bandiere, ma sono diverse da quelle che ho ammirato all’inizio del corteo: Carc, sindacalismo autonomo, gruppi anarchici. I poliziotti si tengono a debita distanza: paiono esitanti, meno aggressivi che in altre situazioni – anche se, più tardi, gli scriteriati caroselli delle loro camionette metteranno a rischio l’incolumità di troppe persone. La tregua d’armi non dura: le detonazioni s’infittiscono, poi partono i primi assalti. I lacrimogeni irritano gli occhi, ma esplodono anche razzi e bombe carta: sotto gragnole di sampietrini, carabinieri e polizia lanciano cariche che spaventano soprattutto i pacifici. E’ il caos: da via Merulana arrivano brandelli di corteo – ritrovo gli amici e compagni della Lega -, gli incitamenti a passare al contrattacco si mescolano con le richieste di andare a prendere una bottiglietta d’acqua nell’unico bar rimasto aperto. Potrei dilungarmi in descrizioni che dimostrerebbero soltanto che chi, senza volerlo, si ritrova nel vivo dell’azione comprende poco o nulla di quanto succede (ma basta aver letto Stendhal per saperlo); fatto sta che, cacciata la bandiera nello zaino, ho deciso a un certo punto che di quella paurosa sarabanda ne avevo abbastanza, e mi sono allontanato di gran carriera. Strada facendo, sono incappato in una ragazza che, palesemente scossa, ha chiesto in inglese cosa stesse capitando. Pensate un po’: era arrivata a Roma quel giorno, dopo aver attraversato l’Europa a piedi; veniva dalla Germania orientale, e la sua meta era proprio San Giovanni in Laterano. Com’è possibile che un pellegrinaggio conduca, anziché al paradiso, nel più spaventoso degli inferni? Che senso ha tutto questo? Ho domandato a me stesso, e poi le ho spiegato che la nostra causa era giusta, che bisognava esserci, il 15 ottobre, a Roma… ma per iniziare a cambiare il mondo, non per vederne il lato oscuro, peggiore. Ha annuito, la tedesca dell’est, e ce la siamo lasciata alle spalle, insieme ad una giornata finita male. Seduto ad un tavolino all’aperto, in via S. Prassede, ho cercato di riannodare il filo dei pensieri, sorseggiando una Guinness in compagnia di un amico.

Non è servito a niente svegliarci nel cuore della notte: loro hanno impresso il timbro della violenza sulla manifestazione, ci hanno rubato la festa. Domani, sui giornali, si parlerà di zuffe, non di idee: già adesso, ex piduisti e caricature di Belzebù spandono il loro veleno via etere. Coscientemente o meno, il blocco nero fa il gioco della reazione - è nemico nostro, non di chi ci opprime. Non è un caso che si palesi solo quando i riflettori (mi riferisco alle tivù, non alle fotoelettriche) lo inquadrano. Per ridurlo all’impotenza (e scoraggiare l’emulazione) sarebbe necessario un agguerrito servizio d’ordine – ma questo implica unità, coesione; in una parola, organizzazione. Indignarsi non basta. Nel frattempo, abbiamo perduto un’occasione irripetibile, e un mucchio di compagni di strada: la volta prossima, la donna col bimbo in braccio se ne resterà a casa. Eppure, non dobbiamo né possiamo desistere: quando Draghi dichiara di condividere le istanze dei giovani, lo fa soltanto per favorire nuove divisioni. E’ davvero possibile che i giovani abbiano ragione, e pensionati, dipendenti pubblici e sindacalisti no? In fondo, abbiamo marciato insieme, gli uni accanto agli altri, urlando gli stessi slogan. Forse la protesta deve ricominciare dalle città, dai paesi – dove il pericolo d’infiltrazioni è ridotto, la gente si conosce e la pianificazione è relativamente semplice. Una cattedrale non si innalza in un giorno, bensì giorno dopo giorno, muro dopo muro; ed anche per demolire un edificio sono indispensabili lavoro di squadra e disciplina.

Questi erano pressappoco i miei pensieri mentre, vuotato il boccale, mi avviavo con aria avvilita verso la Stazione Termini.

Su Roma era già scesa l’oscurità.

 

Norberto Fragiacomo

 

 

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Manifestazione 15 ott.