Sunday, 01 January 2012 18:24

Cronaca del convegno della Lega dei Socialisti del Nord-Est Featured

Written by  Norberto Fragiacomo
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La sinistra europea al tempo della crisi

Una fredda, serena mattina di dicembre, a Verona. Siamo a due passi dallo stadio Bentegodi, nel regno del leghista (eretico?) Flavio Tosi: la grande sala Lucchi tarda a riempirsi, il pubblico arriva a drappelli – dal Veneto, naturalmente, ma anche dalla Lombardia e dal Friuli Venezia Giulia.

 

Subito un cambio di programma: alla nostra Paola Poli tocca rinunciare all’introduzione, perché la relatrice del PD ha fretta, dovrà andarsene ad intervento concluso. Al tavolo c’è anche Roberto Muraro, giornalista di razza, ex RAI: con verve e professionalità, riesce a trasformare il convegno in un avvincente talk show.

A parlare per prima, a causa di altri imminenti impegni, è Donata Gottardi (PD) che interviene prima di Paola Poli (Lds) che doveva introdurre i lavori. La Gottardi conosce bene, per esperienza diretta, il Parlamento europeo, e proprio sull’Europa desidera soffermarsi. Commissione, Consiglio e Parlamento sono realtà assai diverse, esordisce – ed è il terzo l’unico organismo autenticamente democratico, capace, talvolta, di frustrare i tentativi egemonici delle lobby. Cita un esempio concreto: alcuni anni fa, Consiglio e Commissione provarono a rivoluzionare la disciplina dell’orario di lavoro, portando la durata massima dalle attuali 48 a 60-65 (!) ore settimanali. Un socialista spagnolo si avvide della manovra, ed allertò l’assemblea: il Parlamento insorse, e bloccò la direttiva. Quella volta socialisti e popolari votarono insieme, dicendo no alla nuova schiavitù. Rileva la Gottardi: “l’Europa del Parlamento è più democratica, aperta, mediata, più sensibile al lato sociale.” Conta abbastanza poco, però: governi (oggi l’asse franco-tedesco) ed istituzioni “tecniche” la fanno da padroni.

La relatrice ricorda che, all’epoca dell’esplosione della crisi, faceva parte della commissione economica. “Lo sbaglio fu fatto allora: per 3-4 mesi ci fu una grande discussione… eravamo tutti d’accordo, liberali compresi, che si dovesse intervenire, l’allarme era alto… questione ecologica e nuovo modello di sviluppo erano per tutti le parole d’ordine. Dopo 4-5 mesi, però, l’allarme rientra, non si fa nulla”: tutto torna come prima, le velleità riformiste finiscono in cantina. In verità, “tutte le istituzioni europee si trovano in un cono d’ombra: sono i governi a prendere le decisioni”, anche se così salta l’Europa. I media, certo, non aiutano: pubblicizzano la lettera della BCE, mettono il silenziatore ai dibattiti parlamentari… e pertanto non veniamo a sapere che, sovente, il Parlamento “blocca la Commissione. Tra l’altro, nei documenti parlamentari non c’è scritto che si sposa la causa dei licenziamenti facili”, cari alle imprese ed ai tecnocrati. Peccato – siamo tentati di chiosare – che questi ultimi prevalgano quasi sempre, con l’aiuto involontario delle istituzioni nazionali, che non sanno (anzi: “non sappiamo”, perché è del nostro Parlamento che la Gottardi parla) “condizionare le decisioni che si prendono lì”.

L’ex europarlamentare se ne va tra gli applausi, e tocca a Franco Bartolomei (membro della Segreteria nazionale PSI) salire in cattedra. La sua analisi è minuziosa, puntuale, convincente: Merkel e Sarkozy non se la passano bene, a casa propria; eppure dettano legge in Europa. Mentre il liberismo mostra incapacità e debolezza, la controparte sembra afasica. Come mai? Il problema sta nel fatto che il movimento socialista europeo è in grave crisi, perché con poche eccezioni (la più significativa è Lafontaine) i suoi esponenti hanno aderito al sistema liberista, accettando il dogma della “fine della Storia”. La finanziarizzazione è proceduta in parallelo con lo sviluppo dei Paesi in precedenza marginali: oggi la loro produzione invade l’Occidente, e nessuno – a sinistra – pare preoccuparsene. Fino a ieri a “coprire” il problema ci ha pensato l’indebitamento pubblico; ma era inevitabile che, tosto o tardi, i nodi venissero al pettine. L’attuale protagonismo di Germania e Francia (comunque subordinata, nei fatti, alla prima, a causa della debolezza delle sue banche) si spiega con una “statualità forte” e, nel caso tedesco, “con una copertura dell’apparato industriale”, garantita anche da una compatta e credibile opposizione di sinistra (la Linke è stata capace di ottenere il 12%, in un sistema tradizionalmente bipolare), che non perde di vista il problema sociale.

Il problema è che, in Italia, siamo in ritardo, e ci mancano sia un SPD che una Linke. Mentre il PSI si perde in questioni secondarie, pesanti responsabilità gravano sul PD, ed anche il partito che “più di tutti avrebbe potuto focalizzare la fase nuova”, Rifondazione Comunista, sconta una crisi d’identità, lascito del fallimento dell’Arcobaleno. Come uscire dalla subalternità? Appena adesso la sinistra italiana dà segni di risveglio, ma la cornice è preoccupante: Monti – di cui viene sottolineato “l’atteggiamento strano” e un po’ ambiguo nei confronti della Germania – affronta la crisi nel segno della continuità liberista. A livello europeo, pesa la reticenza tedesca a rimettere in discussione un modello, imperniato sull’euro forte, che è stato sino ad oggi sinonimo di prosperità: la Germania non ha interesse a svalutare, né a introdurre cambiamenti, poiché la sua produzione industriale incontra la domanda della borghesia dei Paesi emergenti. Tuttavia non si può andare avanti così: la sinistra tedesca ne è ben consapevole, e i rimproveri dell’”icona” Helmut Schmidt ad Angela Merkel suonano come un campanello d’allarme, cui l’opinione pubblica d’oltralpe non è indifferente.

In verità, “è necessario un nuovo modello di sviluppo, e la sinistra deve tornare protagonista. Qual è il freno? L’appiattimento trentennale sul neoliberismo.” Certo, assicura Bartolomei, “se Adam Smith si risvegliasse ora, di fronte al mercato odierno inorridirebbe: oggi non c’è traccia di genio creatore o di progresso (…), la ricchezza viene costruita coi derivati sul crollo, la distruzione del valore”. Urge tornare alla programmazione, ed inserire “la patrimoniale in Costituzione, come valore socio-morale-politico, andando oltre la progressività.” Il PIL si basa su una valutazione quantitativa, ma andrebbe “valutato anche in base ad indici qualitativi”. La conclusione è netta: “se la sinistra non fa questo, non fa nulla”.

E’ poi il turno di Patrizia Sentinelli (SeL), già Sottosegretario agli Esteri nel secondo Governo Prodi. Allora, dice, “ognuno andò per la sua strada: il grave errore fu la mancanza di dialogo a sinistra. Un’esperienza falcidiata per l’incapacità di aprire una discussione sulla cause di quella sconfitta.” Il problema è proprio la disunità a sinistra: non è possibile che qualcuno sia dalla parte della Fiom, che lancia un allarme democratico, qualcun altro, invece, sia contro, accusando il sindacato addirittura di “conservatorismo”. La critica al “montismo” (e a chi l’ha reso possibile) è senza appello: “siamo di fronte a un cambiamento enorme: assistiamo silenziosi (l’aggettivo viene sottolineato) al fatto che c’è una cessione di sovranità a poteri non democratici… e questo non suscita scandalo! Il Parlamento europeo – aggiunge, riferendosi al precedente intervento della Gottardi – non è legislatore, ed è messo ai margini. La nuova governante ha tolto potere agli Stati, ma sono BCE, Eurovertice e Consiglio a governare, “invitando” (si fa per dire) i governi a liberalizzare, licenziare, cambiare la Costituzione”: la prima vittima di questa situazione è la democrazia. A sinistra non si discute di questo, accusa la Sentinelli. “Non dovevamo preferire un governo tecnico, dovevamo andare ad elezioni; lo stesso pareggio di bilancio poteva andare bene in un’Europa politica, ma in quella attuale si traduce in una menomazione alla democrazia.” La relatrice denuncia poi l’ambiguità della UE nell’affrontare la questione/dramma dei migranti, ed il riemergere di pulsioni razziste. La sinistra deve oggi ritrovarsi, anche in Italia: questo significa “lottare perché non siano imposte regole da istituzioni non democratiche (no a TINA!); tutelare chi si batte per la democrazia (no agli schemi Pomigliano-Mirafiori); trovare soluzioni alla crisi ambientale, dopo il nulla di fatto di Durban – il che non equivale ad abbracciare la green economy, bensì a sviluppare un’economia rispettosa in armonia con i beni comuni.

E’ necessario, in sintesi, un rilancio del protagonismo su diritti del lavoro e democrazia, senza dimenticare la difesa dell’acqua pubblica.

L’ultimo a prendere la parola è Roberto Antonaz, Consigliere regionale del Friuli Venezia Giulia (FdS). Per lui, l’unità della sinistra è imprescindibile; ma va anzitutto compreso ciò che sta succedendo: l’Europa è sul punto di esplodere, travolta dalla crisi dell’economia di mercato. “Questa è una crisi sistemica, strutturale, a detta degli stessi economisti liberali, ed è più profonda di quella del ’29, perché allora il mercato aveva ancora territori amplissimi, oggi non più. La sinistra deve riflettere sui suoi errori: l’Europa ha adottato in modo acritico il modello liberista (due esempi: l’incremento dell’orario di lavoro e la Direttiva Bolkenstein); eppure era chiaro dove si andava a finire!” A partire dagli anni ’80 assistiamo, con thatcherismo e reaganismo, alla finanziarizzazione del capitale, con un trasferimento di ricchezza dall’economia alla finanza, quest’ultima sempre più simile ad una gigantesca “catena di S. Antonio”. M c’è “un motivo più profondo, previsto da Marx: in fase di globalizzazione, il saggio del profitto tende a diminuire. Perciò le imprese delocalizzano, aumentano l’assistenzialismo (alle imprese stesse) e l’evasione fiscale, che è una forma di autofinanziamento – illegale, ma ampiamente tollerato. Come uscirne? Non certo con le manovre recessive stile Papandreou/Monti, che aggravano il problema, anziché risolverlo. L’unità a sinistra – conferma Antonaz – è indispensabile: “occorre discutere, confrontarsi. Ci vorrebbe un soggetto politico; prima però bisogna ritrovarsi sui principi. Punti nodali sono la critica al mercato ed il contrasto alla recessione, attraverso il rilancio dei consumi. Abbiamo poco tempo, tuttavia, per elaborare proposte!” Oggi più che mai suona attuale la profezia di Rosa Luxemburg: Socialismo o barbarie… e la barbarie è già tra noi: in Italia ci sono 8 milioni di poveri, e i giovani non hanno alcuna possibilità di progettare le loro vite. “O la sinistra si riprende, o avremo la barbarie”.

Il dibattito prosegue, con la presentazione – da parte della compagna Poli – della LdS e dei suoi obiettivi, poi con gli indirizzi di saluto dei segretari locali di SeL, PSI e FdS, in attesa dell’intervento di Michele Bertucco – vincitore delle primarie del centrosinistra a Verona, e dunque prossimo avversario di Tosi alle elezioni – e delle conclusioni di Norberto Fragiacomo, Segretario della Lega dei Socialisti Nordest (L’intervento verrà pubblicato a parte).

Tanti quesiti, una sola certezza, condivisa da Bartolomei, Sentinelli e Antonaz: l’unità a sinistra è necessaria, e forse non così lontana. In fondo, FdS, SeL e Sinistra socialista parlano la stessa lingua: è tempo di valorizzare il tanto che ci unisce, gettando a mare la zavorra dei particolarismi.

Altrimenti sprofonderemo in una barbarie senza uscita.

Norberto Fragiacomo

Una fredda, serena mattina di dicembre, a Verona. Siamo a due passi dallo stadio Bentegodi, nel regno del leghista (eretico?) Flavio Tosi: la grande sala Lucchi tarda a riempirsi, il pubblico arriva a drappelli – dal Veneto, naturalmente, ma anche dalla Lombardia e dal Friuli Venezia Giulia.

Subito un cambio di programma: alla nostra Paola Poli tocca rinunciare all’introduzione, perché la relatrice del PD ha fretta, dovrà andarsene ad intervento concluso. Al tavolo c’è anche Roberto Muraro, giornalista di razza, ex RAI: con verve e professionalità, riesce a trasformare il convegno in un avvincente talk show.

A parlare per prima, a causa di altri imminenti impegni, è Donata Gottardi (PD) che interviene prima di Paola Poli (Lds) che doveva introdurre i lavori. La Gottardi conosce bene, per esperienza diretta, il Parlamento europeo, e proprio sull’Europa desidera soffermarsi. Commissione, Consiglio e Parlamento sono realtà assai diverse, esordisce – ed è il terzo l’unico organismo autenticamente democratico, capace, talvolta, di frustrare i tentativi egemonici delle lobby. Cita un esempio concreto: alcuni anni fa, Consiglio e Commissione provarono a rivoluzionare la disciplina dell’orario di lavoro, portando la durata massima dalle attuali 48 a 60-65 (!) ore settimanali. Un socialista spagnolo si avvide della manovra, ed allertò l’assemblea: il Parlamento insorse, e bloccò la direttiva. Quella volta socialisti e popolari votarono insieme, dicendo no alla nuova schiavitù. Rileva la Gottardi: “l’Europa del Parlamento è più democratica, aperta, mediata, più sensibile al lato sociale.” Conta abbastanza poco, però: governi (oggi l’asse franco-tedesco) ed istituzioni “tecniche” la fanno da padroni.

La relatrice ricorda che, all’epoca dell’esplosione della crisi, faceva parte della commissione economica. “Lo sbaglio fu fatto allora: per 3-4 mesi ci fu una grande discussione… eravamo tutti d’accordo, liberali compresi, che si dovesse intervenire, l’allarme era alto… questione ecologica e nuovo modello di sviluppo erano per tutti le parole d’ordine. Dopo 4-5 mesi, però, l’allarme rientra, non si fa nulla”: tutto torna come prima, le velleità riformiste finiscono in cantina. In verità, “tutte le istituzioni europee si trovano in un cono d’ombra: sono i governi a prendere le decisioni”, anche se così salta l’Europa. I media, certo, non aiutano: pubblicizzano la lettera della BCE, mettono il silenziatore ai dibattiti parlamentari… e pertanto non veniamo a sapere che, sovente, il Parlamento “blocca la Commissione. Tra l’altro, nei documenti parlamentari non c’è scritto che si sposa la causa dei licenziamenti facili”, cari alle imprese ed ai tecnocrati. Peccato – siamo tentati di chiosare – che questi ultimi prevalgano quasi sempre, con l’aiuto involontario delle istituzioni nazionali, che non sanno (anzi: “non sappiamo”, perché è del nostro Parlamento che la Gottardi parla) “condizionare le decisioni che si prendono lì”.

L’ex europarlamentare se ne va tra gli applausi, e tocca a Franco Bartolomei (membro della Segreteria nazionale PSI) salire in cattedra. La sua analisi è minuziosa, puntuale, convincente: Merkel e Sarkozy non se la passano bene, a casa propria; eppure dettano legge in Europa. Mentre il liberismo mostra incapacità e debolezza, la controparte sembra afasica. Come mai? Il problema sta nel fatto che il movimento socialista europeo è in grave crisi, perché con poche eccezioni (la più significativa è Lafontaine) i suoi esponenti hanno aderito al sistema liberista, accettando il dogma della “fine della Storia”. La finanziarizzazione è proceduta in parallelo con lo sviluppo dei Paesi in precedenza marginali: oggi la loro produzione invade l’Occidente, e nessuno – a sinistra – pare preoccuparsene. Fino a ieri a “coprire” il problema ci ha pensato l’indebitamento pubblico; ma era inevitabile che, tosto o tardi, i nodi venissero al pettine. L’attuale protagonismo di Germania e Francia (comunque subordinata, nei fatti, alla prima, a causa della debolezza delle sue banche) si spiega con una “statualità forte” e, nel caso tedesco, “con una copertura dell’apparato industriale”, garantita anche da una compatta e credibile opposizione di sinistra (la Linke è stata capace di ottenere il 12%, in un sistema tradizionalmente bipolare), che non perde di vista il problema sociale.

Il problema è che, in Italia, siamo in ritardo, e ci mancano sia un SPD che una Linke. Mentre il PSI si perde in questioni secondarie, pesanti responsabilità gravano sul PD, ed anche il partito che “più di tutti avrebbe potuto focalizzare la fase nuova”, Rifondazione Comunista, sconta una crisi d’identità, lascito del fallimento dell’Arcobaleno. Come uscire dalla subalternità? Appena adesso la sinistra italiana dà segni di risveglio, ma la cornice è preoccupante: Monti – di cui viene sottolineato “l’atteggiamento strano” e un po’ ambiguo nei confronti della Germania – affronta la crisi nel segno della continuità liberista. A livello europeo, pesa la reticenza tedesca a rimettere in discussione un modello, imperniato sull’euro forte, che è stato sino ad oggi sinonimo di prosperità: la Germania non ha interesse a svalutare, né a introdurre cambiamenti, poiché la sua produzione industriale incontra la domanda della borghesia dei Paesi emergenti. Tuttavia non si può andare avanti così: la sinistra tedesca ne è ben consapevole, e i rimproveri dell’”icona” Helmut Schmidt ad Angela Merkel suonano come un campanello d’allarme, cui l’opinione pubblica d’oltralpe non è indifferente.

In verità, “è necessario un nuovo modello di sviluppo, e la sinistra deve tornare protagonista. Qual è il freno? L’appiattimento trentennale sul neoliberismo.” Certo, assicura Bartolomei, “se Adam Smith si risvegliasse ora, di fronte al mercato odierno inorridirebbe: oggi non c’è traccia di genio creatore o di progresso (…), la ricchezza viene costruita coi derivati sul crollo, la distruzione del valore”. Urge tornare alla programmazione, ed inserire “la patrimoniale in Costituzione, come valore socio-morale-politico, andando oltre la progressività.” Il PIL si basa su una valutazione quantitativa, ma andrebbe “valutato anche in base ad indici qualitativi”. La conclusione è netta: “se la sinistra non fa questo, non fa nulla”.

E’ poi il turno di Patrizia Sentinelli (SeL), già Sottosegretario agli Esteri nel secondo Governo Prodi. Allora, dice, “ognuno andò per la sua strada: il grave errore fu la mancanza di dialogo a sinistra. Un’esperienza falcidiata per l’incapacità di aprire una discussione sulla cause di quella sconfitta.” Il problema è proprio la disunità a sinistra: non è possibile che qualcuno sia dalla parte della Fiom, che lancia un allarme democratico, qualcun altro, invece, sia contro, accusando il sindacato addirittura di “conservatorismo”. La critica al “montismo” (e a chi l’ha reso possibile) è senza appello: “siamo di fronte a un cambiamento enorme: assistiamo silenziosi (l’aggettivo viene sottolineato) al fatto che c’è una cessione di sovranità a poteri non democratici… e questo non suscita scandalo! Il Parlamento europeo – aggiunge, riferendosi al precedente intervento della Gottardi – non è legislatore, ed è messo ai margini. La nuova governante ha tolto potere agli Stati, ma sono BCE, Eurovertice e Consiglio a governare, “invitando” (si fa per dire) i governi a liberalizzare, licenziare, cambiare la Costituzione”: la prima vittima di questa situazione è la democrazia. A sinistra non si discute di questo, accusa la Sentinelli. “Non dovevamo preferire un governo tecnico, dovevamo andare ad elezioni; lo stesso pareggio di bilancio poteva andare bene in un’Europa politica, ma in quella attuale si traduce in una menomazione alla democrazia.” La relatrice denuncia poi l’ambiguità della UE nell’affrontare la questione/dramma dei migranti, ed il riemergere di pulsioni razziste. La sinistra deve oggi ritrovarsi, anche in Italia: questo significa “lottare perché non siano imposte regole da istituzioni non democratiche (no a TINA!); tutelare chi si batte per la democrazia (no agli schemi Pomigliano-Mirafiori); trovare soluzioni alla crisi ambientale, dopo il nulla di fatto di Durban – il che non equivale ad abbracciare la green economy, bensì a sviluppare un’economia rispettosa in armonia con i beni comuni.

E’ necessario, in sintesi, un rilancio del protagonismo su diritti del lavoro e democrazia, senza dimenticare la difesa dell’acqua pubblica.

L’ultimo a prendere la parola è Roberto Antonaz, Consigliere regionale del Friuli Venezia Giulia (FdS). Per lui, l’unità della sinistra è imprescindibile; ma va anzitutto compreso ciò che sta succedendo: l’Europa è sul punto di esplodere, travolta dalla crisi dell’economia di mercato. “Questa è una crisi sistemica, strutturale, a detta degli stessi economisti liberali, ed è più profonda di quella del ’29, perché allora il mercato aveva ancora territori amplissimi, oggi non più. La sinistra deve riflettere sui suoi errori: l’Europa ha adottato in modo acritico il modello liberista (due esempi: l’incremento dell’orario di lavoro e la Direttiva Bolkenstein); eppure era chiaro dove si andava a finire!” A partire dagli anni ’80 assistiamo, con thatcherismo e reaganismo, alla finanziarizzazione del capitale, con un trasferimento di ricchezza dall’economia alla finanza, quest’ultima sempre più simile ad una gigantesca “catena di S. Antonio”. M c’è “un motivo più profondo, previsto da Marx: in fase di globalizzazione, il saggio del profitto tende a diminuire. Perciò le imprese delocalizzano, aumentano l’assistenzialismo (alle imprese stesse) e l’evasione fiscale, che è una forma di autofinanziamento – illegale, ma ampiamente tollerato. Come uscirne? Non certo con le manovre recessive stile Papandreou/Monti, che aggravano il problema, anziché risolverlo. L’unità a sinistra – conferma Antonaz – è indispensabile: “occorre discutere, confrontarsi. Ci vorrebbe un soggetto politico; prima però bisogna ritrovarsi sui principi. Punti nodali sono la critica al mercato ed il contrasto alla recessione, attraverso il rilancio dei consumi. Abbiamo poco tempo, tuttavia, per elaborare proposte!” Oggi più che mai suona attuale la profezia di Rosa Luxemburg: Socialismo o barbarie… e la barbarie è già tra noi: in Italia ci sono 8 milioni di poveri, e i giovani non hanno alcuna possibilità di progettare le loro vite. “O la sinistra si riprende, o avremo la barbarie”.

Il dibattito prosegue, con la presentazione – da parte della compagna Poli – della LdS e dei suoi obiettivi, poi con gli indirizzi di saluto dei segretari locali di SeL, PSI e FdS, in attesa dell’intervento di Michele Bertucco – vincitore delle primarie del centrosinistra a Verona, e dunque prossimo avversario di Tosi alle elezioni – e delle conclusioni di Norberto Fragiacomo, Segretario della Lega dei Socialisti Nordest (L’intervento verrà pubblicato a parte).

Tanti quesiti, una sola certezza, condivisa da Bartolomei, Sentinelli e Antonaz: l’unità a sinistra è necessaria, e forse non così lontana. In fondo, FdS, SeL e Sinistra socialista parlano la stessa lingua: è tempo di valorizzare il tanto che ci unisce, gettando a mare la zavorra dei particolarismi.

Altrimenti sprofonderemo in una barbarie senza uscita.

Norberto Fragiacomo

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