Print this page
Wednesday, 04 April 2012 19:44

Il disastro finale Featured

Written by  Riccardo Achilli
Rate this item
(0 votes)

E' veramente incomprensibile, anche volendosi sforzare di adottare un approccio neutrale, capire in cosa la riforma del mercato del lavoro che la coppia più bella del mondo Monti-Fornero sta presentando alal stampa possa servire, in termini di rilancio del potenziale di crescita del Paese. Gli argomenti che i due soggetti sopra menzionati adducono sono, in proposito, due: l'attuale normativa ostacola l'accesso di investimenti diretti esteri e impedisce alle imprese di fare operazioni di ristrutturazione per adeguarsi ai cambiamenti dei mercati.

Con riferimento al primo aspetto, tutti gli esperti di marketing territoriale (fra cui evidentemente Monti e Fornero non rientrano) conoscono bene la famosa indagine di Business international sui fattori di attrazione degli investimenti esteri, i cui risultati sono confermati anche da Committeri (2004) in Banca d'Italia, "Temi di Discussione" nr. 491/2004, secondo cui l'85% delle imprese multinazionali intervistate giudica "molto importante" la dimensione e crescita del mercato interno di consumo del Paese destinatario dell'investimento (che, come ci segnala la stessa Banca d'Italia, è in contrazione per via della caduta dei redditi medi familiari, attestatasi sul 4%, in controtendenza rispetto ai principali Paesi europei, nel 2008/2009), il 36,7% giudica prioritario il quadro politico (con particolare riferimento alla stabilità politica ed alla sicurezza, al trattamento normativo del rimpatrio dei profitti ed alla presenza di incentivi finanziari e fiscali agli investimenti) il 34% giudica "molto importanti" costo e qualità delle infrastrutture , mentre solamente il 13,2% (nell'industria) e il 23,1% (nei servizi) attribuisce importanza particolare alla normativa sul lavoro, con riferimento agli aspetti di flessibilità. Quindi se Monti e Fornero fossero realmente animati dal sacro fuoco dell'attrazione degli investimenti esteri, dovrebbero (secondo quanto gli suggeriscono le stesse imprese che all'estero investono) lavorare sullo sviluppo del mercato di consumo, aumentando i salari, dovrebbero migliorare la sicurezza e la trasparenza di un quadro politico afflitto da corruzione ed opacità endemiche, offrire adeguati incentivi finanziari e fiscali agli investitori, investire sul potenziamento delle infrastrutture. Non modificare la normativa sul lavoro.

Con riferimento al secondo aspetto, è francamente difficile capire come la nuova normativa sull'articolo 18 possa rendere più fluide le operazioni di riorganizzazione e ristrutturazione aziendale. Dopo il compromesso fatto con Bersani, si prevede infatti il sostanziale mantenimento dello status quo sui licenziamenti disciplinari o discriminatori, mentre su quelli economici si introduce un meccanismo che nemmeno un giurista bizantino sotto effetto di stupefacenti avrebbe potuto immaginare: prima si prevede un tentativo di conciliazione (del tutto assurdo; se il datore di lavoro ha deciso di licenziare ed il lavoratore ha deciso di difendersi citandolo in giudizio, a cosa serve una conciliazione?) poi si dà al giudice il potere di indagare sui fatti interni della gestione aziendale per verificare se le motivazioni conomiche siano oggettive (come se il giudice avesse competenze manageriali e conoscenza dei fatti specifici della specifica azienda per poter fare una simile indagine) e quindi, in caso di accertamento dell'eventuale assenza di oggettività del motivo economico, la facoltà di scegliere fra il reintegro e l'indennizzo monetario (sulla base di quali criteri si dovrebbe esercitare tale scelta? Si va ad libitum secondo la mentalità e le preferenze del singolo magistrato?) E' chiaro che con questa riforma le ristrutturazioni aziendali diventano più complicate, non più semplici, e che l'evanescenza di qualsiasi criterio di certezza del diritto danneggia sia i lavoratori che le imprese. Un capolavoro!

Francamente, di fronte ad un simile aborto, la vecchia normativa sull'articolo 18 era ampiamente migliore, non solo rispetto alle esigenze  di tutela del lavoratore, ma anche rispetto alle esigenze dell'impresa. Infatti, non a caso Confindustria e Rete Imprese sono insorte contro quest'ultima versione della riforma, sostenendo che, di fronte ad una ipotesi come quella concordata fra Monti e Bersani, sarebbe meglio lasciare le cose come stanno oggi.

Viene quindi spontaneo pensare che l'unico motivo che sorregge la riforma dell'articolo 18 è che l'enorme dibattito che vi si è sviluppato attorno (con esiti, come si è visto, penosi) sia servito soltanto per distrarre l'opinione pubblica e spegnere i riflettori mediatici sugli altri aspetti socialmente pericolosi della riforma-Fornero:

1) la riforma degli ammortizzatori sociali, che cancella mobilità, disoccupazione e CIGS per crisi aziendale, sostituendola con un meccanismo, come quello dell'Aspi, che per durata e entità del trattamento economico è poco più che una mancetta di breve durata (infatti, dall'abolizione della mobilità, della disoccupazione e della CIGS per crisi aziendale e dalla parallela istituzione dell'Aspi, come si può evincere da un facile calcolo sui dati del Rapporto Annuale INPS, il pubblico erario risparmierà, a regime, circa 2,6 miliardi di euro all'anno, che diverranno 3,4 con l'aumento dell'aliquota contributiva sui contratti a termine, facendo nuovamente pagare ai lavoratori ed ai disoccupati il costo dei vincoli di pareggio del bilancio pubblico introdotti con il fiscal compact) e che non sarà nemeno un'assicurazione universalistica, poiché taglierà fuori i disoccupati con meno di 52 settimane di lavoro nell'ultimo biennio, e tutti i lavoratori con co.co.co o co.co.pro.;

2) l'introduzione, come forma predominante se non esclusiva di accesso al mercato del lavoro, del contratto di apprendistato, che prevede la possibilità di inquadrare il neoassunto di 2 livelli contrattuali al di sotto delle sue mansioni a fine contratto, quindi con una decurtazione nel salario di ingresso che può durare fino a 5 anni, e che prevede anche la beffa della facoltà, data all'azienda, di licenziare senza giusta causa l'apprendista alla fine del suo periodo formativo;

3) l'aumento dell'aliquota contributiva per i contratti a termine che, in assenza di una previsione di salario minimo, sarà pagata nel 90% dei casi dai lavoratori, mediante una pari riduzione del loro salario imposta dall'impresa, e che, come si è visto, servirà allo Stato per "fare cassa", con un introito aggiuntivo stimabile sui 700-800 milioni di euro all'anno;

4) la falsa stabilizzazione di co.co.pro. e partite Iva, che da un lato non spiega con quali parametri si potrà contestare l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato nel caso dei co.co.pro. (non basta infatti la presunzione di rapporto di subordinazione, se non si precisano le fattispecie che possono ritenersi "tipiche" di tale rapporto; la stessa esigenza di "restringere" i limiti del concetto di programma o progetto alla base di tali contratti rimane nel vago, e consente quindi il mantenimento di situazioni di ambiguità), dall'altro impedisce qualsiasi azione di stabilizzazione per quelle numerosissime partite Iva iscritte ad ordini professionali (per cui, chi si è iscritto ad un ordine, spesso soltanto per poter esercitare una professione legalmente, è considerato sempre un libero professionista, anche quando possa dimostrare di essere trattato come un dipendente in regime di subordinazione e monocommittenza, e mascherato dietro un falso rapporto occasionale). Tra l'altro, il tanto sbandierato superamento del dualismo del mercato del lavoro non viene raggiunto, poiché, anziché avere un contratto unico per tutte le forme di lavoro alle dipendenze (con vincolo di monocommittenza o meno), rimarranno in piedi ancora 8 tipologie contrattuali diverse, ripescate dalla famigerata legge Biagi. Quindi rimarranno in vita i precari, nelle varie forme (false partite Iva, co.co.pro.,co.co.co,  collaboratori pagati con buoni-lavoro, associati in partecipazione, dipendenti a termine, lavoratori part time involontari, lavoratori a chiamata, a fischio, a urlo, a bestemmia, ecc.) mentre i contratti a tempo pieno ed indeterminato subiranno comunque una precarizzazione, perché fra le maglie dei bizantisimi sull'art. 18 vi è comunque una minore protezione del lavoratore (perché se incontra un giudice favorevole all'indennizzo e non al reintegro questo lavoratore sarà, come si dice, "fregato", anche se si potrà dimostrare l'illeggitimità dei motivi di licenziamento economico).

Come dire: Monti e la Fornero sono riusciti in un gioco di prestigio che neanche il buon Tony Binarelli, o Giucas Casella, sarebbero riusciti a fare: il mantenimento di un mercato del lavoro duale in un contesto di generale precarizzazione. Neanche nel mercato del lavoro statunitense si riscontra una simile follia.

Come ciascuno può constatare, nessuno dei 4 aspetti della riforma che ho citato in precedenza è stato oggetto di una qualsiasi forma di approfondimento o critica, da parte dei partiti, dei sindacati e della stampa, in queste settimane, poiché tutto il focus dell'attenzione si è concentrato sull'articolo 18, e ciò ha oggettivamente permesso al Governo di evitare un dibattito su altri aspetti, socialmente molto preoccupanti, dell'impalcatura complessiva della riforma. Come dire: un risultato bizantino e pessimo per tutti i soggetti sull'articolo 18, un risultato che non serve nemmeno alla ripresa economica, in cambio di riforme strutturalmente regressive su ammortizzatori sociali, meccanismi di ingresso nel mercato del lavoro, flessibilità in entrata, ecc.

Riccardo Achilli


Read 36292 times Last modified on Sunday, 28 October 2012 23:05