Sunday, 13 May 2012 15:38

Una nuova "minoranza" globalmente illuminata Featured

Written by  Carlo Felici
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Una certa pausa di riflessione mi porta oggi a fare alcune considerazioni a tutto campo.



Partiamo dalla Lega dei Socialisti.

L'assemblea che abbiamo tenuto qualche settimana fa è stata sicuramente un successo, la stessa rilevanza che ci è stata riconosciuta da altre forze politiche che hanno partecipato per tramite dei loro rappresentanti, lo dimostra pienamente.

Cosa abbiamo dunque da temere?

Credo, a questo punto, solo noi stessi. In che senso?

Bene, innanzitutto dobbiamo temere le nostre eventuali divisioni che non sono altro che forme pregiudiziali di mancanza di visione prospettica.

C'è infatti chi osteggia l'apertura alla FED, chi invece ne teme una eccessiva verso il PD o altri che insistono sulla confluenza in SEL.

Tutte visioni miopi e distorte che derivano da un unico deficit comune: pensare alla LDS come associazione “promozionale”, come trampolino di lancio o come “struttura collateralista” e non invece come concreto soggetto politico autonomo e in grado di fare la sua politica proponendola ad altri che, in questo periodo, stanno dimostrando invece un vuoto pauroso di cultura e di valori autenticamente politici, persi come sono ad arzigogolare alleanze strategiche oppure a cercare sponde di consenso, o, più realisticamente, di contenimento della disaffezione sempre più vasta dimostrata dall'elettorato anche in questa occasione elettorale .

Dalle urne infatti sono uscite alcune indicazioni nette: hanno perso consenso tutti, nessuno escluso, chi più e chi meno, ed è avanzata una forza che ha impostato la sua politica interpretando autenticamente ciò che altri si limitano ad interpretare solo metaforicamente. Un comico dichiarato ha semplicemente battuto dei clown non dichiarati.

E' in atto nel paese una sorta di “stragismo sociale” che non riguarda solamente i numerosi suicidi in corso ad opera di persone che hanno perso il lavoro oppure non riescono a pagare i loro debiti, ma, ancor di più, di un intero sistema-paese, di una società e di una economia che ha deciso di mettersi la pistola della dittatura tecnocratica strizza popolo alla tempia e che si sta sparando, ma non ad acqua.

In un bel libro di Amartya Sen, che oggi ha partecipato ad una conferenza trattando argomenti di una rilevanza storica, ma che nessun nostro politico o tecnocrate ha deciso di ascoltare partecipando nel pubblico, vi è una bella metafora.

Quella di un cammelliere che lascia 11 cammelli in eredità ai suoi 3 figli.

Al primo va la metà, al secondo un quarto e al terzo un sesto, ma c'è un problema: 11 non è divisibile per due, così i tre stanno quasi per scannarsi, se non fosse che passa da quelle parti un cammelliere che dona loro un altro cammello, proprio per impedire che si ammazzino. I cammelli sono così 12 e i 3 fanno presto a dividere: 6 al primo, 3 al secondo e 2 al terzo. Ne resta uno che viene così restituito al generoso cammelliere che se lo riprende e tutto torna a posto. Le morali sono due: primo che l'economia non può andare avanti sempre e comunque in base alla avidità di profitti e secondo che un debito contratto, può essere velocemente onorato quando si mettono in atto misure concretamente distributive che incrementano produzione, consumi e introiti fiscali.

Ovviamente dubitiamo che i nostri “professori” possano comprendere tali “morali”, loro, pur di far quadrare i conti, avrebbero direttamente sezionato i cammelli, ammazzandoli tutti e dicendo ai fratelli di accontentarsi dei loro “pezzi morti e squartati” che sono molto meglio della sabbia del deserto.

Funziona solo quando i fratelli, dopo avere assistito attoniti allo squartamento, non squartano anche gli squartatori.

E probabilmente i nostri incauti “professori” si crogiolano nella illusione di essere sempre e comunque al riparo dalla rabbia popolare, loro che invocano oggi l'esercito contro i primi concreti segnali di una violenza che cova sempre di più nel nostro disagiatissimo tessuto sociale, fino a fare a brandelli pure i diritti dei disabili e delle loro famiglie (come se non bastasse il massacro dei pensionati e degli esodati), e che è destinata inesorabilmente a crescere, se non ci saranno dei concreti segnali di svolta e di restituzione dell'esercizio di almeno uno straccio di democrazia al popolo. Eh sì, perché pare proprio che siamo passati rapidamente dallo straccio al gelido gavettone.

Storia vecchia questa del terrorismo in funzione “rassodante” del sistema? Forse, però con alcune distinzioni..mutatis mutandis, o forse sarebbe meglio dire mutatis in mutande, che oggi si devono fare.

Negli anni di piombo vi era ancora uno stato sociale che offriva molte più possibilità di oggi, l'avanguardia dichiarata di allora si definiva “marxista leninista” (che poi lo fosse realmente è tutt'altra questione) e quindi l'effetto terrore, in un'opinione pubblica che sicuramente allora era ancora molto più impaurita di oggi dal “fronte comunista”, era maggiore, e dunque direttamente proporzionale alla capacità di compattarla intorno ad un sistema politico che si mostrava come garante supremo della difesa dal "pericolo rosso".

Ma oggi quel sistema non c'è più, vi è invece una crescente massa di giovani e di emarginati che potrebbero persino essere allettati dalla “complicità” che i volantini di Olga (il fantomatico gruppo anarco-insurrezionalista che ha rivendicato di recente la gambizzazione di Adinolfi) cercano, anche se con una sintassi e con concordanze lessicali che lasciano alquanto a desiderare.

Oggi vi è un sistema di rete informatica che è allo stesso tempo una formidabile struttura comunicativa, ma anche un terribile apparato di controllo. Facile dunque capire che tale complicità viene soprattutto cercata in “rete”, proprio per acchiapparvi pesci sempre più grossi. Più difficile invece è capire chi realmente li acchiappa, se l'antagonista o il pretoriano. Magari poi scopriremo che il diaframma tra i due è alquanto sottile.

Il massimo che può permettersi l'Europa dei tecnocrati l'ha già fatto, infatti se uno dei suoi stati dovesse andare verso la deriva di un golpe, ci sarebbe un tale contraccolpo complessivo in termini di credibilità e di affidabilità generale che essa  stramazzerebbe ben presto così come cadono le tessere di un domino.

Difficile dire invece se non uscirebbe addirittura rivitalizzata, ma benficamente stravolta sul piano politico generale, se si innescasse un vero processo rivoluzionario transnazionale, da “primavera dei popoli” come quello del 1848, ma stavolta contro l'assolutismo monetario ed i suoi scherani mandati per mettere sotto tutela interi popoli, comprese le loro polizie e i loro eserciti.

La Francia, di fronte a tutto ciò, ha mostrato un sussulto di dignità e di fierezza, non per niente da secoli è sempre stata il vero motore del cambiamento in Europa.

Ma è presto per dire se e quanto ciò che è avvenuto in Francia possa avere delle serie ripercussioni negli altri paesi europei.

Un primo segnale però lo abbiamo visto: Hollande taglia, in primis, i privilegi di chi esercita il potere e da noi invece il nostro “fronte riformista” vota contro i tagli alle pensioni d'oro. A che è valso firmare il manifesto di Parigi..sottoscritto in maniera alquanto farisaica?

Ecco, per tornare alla questione posta all'inizio, i nostri compagni tentati di formare un aggregato politico che abbia nel turboriformismo neoliberista nostrano, il principale punto di riferimento, anche quando si ammanta di una farisaica nomea “democratica”, dovrebbero seriamente riflettere su tutto ciò.

Invece alcuni pensano addirittura di prendere in “ostaggio” Monti e il suo governo, per fare altro rispetto a ciò su cui essi, a loro volta, hanno ricevuto un preciso mandato da chi sta molto più in alto di loro.

L'Islanda e la Francia dimostrano che si può dire di no, che si può mantenere la sovranità popolare, ma da noi, lo stesso DNA degli italiani purtroppo assuefatto a secoli di prebende e di servaggio, dice no solo al vero cambiamento necessario. O se lo chiede, lo trasforma poi presto in una farsesca comica rappresentazione messa in atto proprio da un capocomico.

Qui i grandi cambiamenti sono venuti solo da minoranze illuminate in stretto contatto con altri gruppi a loro affini già affermatisi in altri paesi, è accaduto con la Rivoluzione Francese, con il Risorgimento e anche con la Resistenza.

Accadrà anche in futuro, quando in Europa o in altri paesi emergenti si formerà una forza transnazionale validamente in grado di contrastare certe rovinosissime politiche antisociali e antidemocratiche.

La socialdemocrazia dei Palme e dei Brandt è tramontata, quella attuale ha di fronte nuove sfide rappresentate non più da un impero bipolare a cui reagire con un'oasi di libertà e di giustizia sociale, ma da una globalizzazione speculativa che viaggia con la velocità della luce. Per questo non è più ipotizzabile un socialismo europeo ed altri di altri continenti, ma ne è necessario uno globalizzato che saldi quello già in atto in Sudamerica, con quello da rinnovare e ricostruire in Europa, evitando derive caudilliste, populiste o anche semplicemente nazionaliste e coniugandolo con la necessaria interdipendenza con le istanze ambientaliste

Anche noi, cari compagni, impariamo dunque a ragionare non più solo in termini di sinistra alternativa, ma soprattutto di “ecosocialismo globale”.

Avremo sicuramente un fiato meno corto, un migliore respiro e saremo così la nuova “minoranza illuminata” di quel giorno non lontano.

C.F.

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