Tuesday, 08 March 2011 21:17

Relazione del compagno Fragiacomo al Convegno di Livorno Featured

Written by  Fragiacomo Norberto
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LIVORNO, NOVANT’ANNI DOPO

Compagne e compagni carissimi,

permettetemi anzitutto di ringraziare la Lega dei Socialisti di Livorno, che ha voluto invitarmi a questo straordinario convegno, a questo incontro delle forze vive della Sinistra italiana.

 

Essere qui oggi, in mezzo a voi, per concludere i lavori di quest’intensa mattinata è un piacere e un onore: mi auguro di essere all’altezza, e di non deludervi.

*          *          *

Si dice, a ragione, che chi non conosce il passato non è in grado di progettare il futuro, perché l’albero del presente affonda le sue radici in ciò che è stato e, per quanto riguarda specificamente la Sinistra italiana, la situazione attuale dipende, in una certa misura, dalla scissione avvenuta 90 anni orsono. Non è nostro compito giudicare, condannando o assolvendo i protagonisti di quell’evento lontano: dobbiamo tuttavia sforzarci di capire e, dopo aver compreso, di andare oltre.

Nessuno strappo è mai definitivo, quando si condividono dei valori fondamentali. Quello di Livorno, tuttavia, fu storicamente inevitabile. La portata degli accadimenti verificatisi nel secondo decennio del secolo scorso, ed il ritmo infernale con cui si susseguirono scioccarono i contemporanei: in una delle sue pagine più belle, Stefan Zweig testimonia la sconcertata incredulità sua e dei pacifici villeggianti viennesi di fronte alla notizia dell'eccidio di Sarajevo, preludio alla dichiarazione di guerra; ne "Il placido Don", il conflitto, la stessa Rivoluzione, la guerra civile sono vissuti come una forza cieca, irresistibile che afferra e distrugge uomini incapaci di rendersi conto di ciò che davvero succede. Foglie nella bufera, spaesamento totale.

Anche il nostro Paese è scosso da convulsioni imprevedibili: la svolta massimalista del PSI genera la "settimana rossa", seguita da una guerra che pare non avere fine, e reclama un tributo di 600 mila vittime. Nel 1917 giungono, da oriente, gli echi di un gigantesco sommovimento rivoluzionario, che appare a molti come l'alba di una nuova era, e costringe i socialisti ad interrogarsi sulla validità delle strategie fino allora adottate. Il riformismo, la politica dei piccoli passi sembra perdente, un retaggio del passato da ripudiare al più presto. Scrive Antonio Gramsci, nell'estate del '17: “I socialisti hanno accettato la realtà storica prodotto dell’iniziativa capitalistica; sono caduti nell’errore di psicologia degli economisti liberali: credere alla perpetuità delle istituzioni dello Stato democratico, alla loro fondamentale perfezione. Secondo loro la forma delle istituzioni democratiche può essere corretta, qua e là ritoccata, ma deve essere rispettata fondamentalmente.” In pratica, si sarebbero imborghesiti, ed accettando la logica parlamentare avrebbero perduto di vista quello che potremmo definire il loro fine istituzionale, cioè l’edificazione di una società socialista.

All’accusa, mossa dai comunisti, di “degenerazione” – in sostanza, di tradimento - così risponde, nell’aula di Livorno, Filippo Turati, punto di riferimento della minoranza riformista del partito e critico del bolscevismo: “Quando la mentalità della guerra sarà evaporata, quando (…) il socialismo dei combattenti sarà svanito, allora quando l’esperienza, la riflessione avranno fatto scuola e lezione nei cervelli di tutti, io credo fermamente che l’unità, che oggi è tanto dispregiata e combattuta, l’unità del Partito tornerà a trionfare. (…) Ciò che ci distingue non è la generale ideologia socialista, la questione dei fini (…), ma una pura e semplice valutazione della maturità delle cose e del proletariato a prendere determinate posizioni in un dato momento (…) ogni scorciatoia non fa che allungare la strada; la via lunga è la sola breve. E l’azione è la grande pacificatrice, è la grande unificatrice; essa creerà l’unità di fatto.”

Un appello all’unità, quindi, mentre sta maturando la frattura.

Aveva dunque ragione Turati, e torto Gramsci, Bordiga e gli altri? Troppo semplice dare giudizi a posteriori, senza tener presenti il clima dell’epoca, l’entusiasmo per l’impresa di Lenin, il biennio rosso appena trascorso – occasione persa, ma concreta.

Certo, Stalin trasformò ben presto il sogno dei figli dell’Arbat in un incubo atroce, poche delle promesse della Rivoluzione furono mantenute; nell’Europa occidentale, invece, la “via lunga” condusse, nel secondo dopoguerra, ad una stagione di riforme che regalò ai lavoratori Stato sociale, libertà ed un diffuso benessere.

In Italia l’età dell’oro riformista coincise con l’esperienza del centro-sinistra, culminata nell’approvazione dello Statuto dei lavoratori (1970) e conclusasi, non a caso, con la caduta del muro di Berlino, nell’89. Ho detto “non a caso”, perché il venir meno della minaccia sovietica porta alla revoca, decisa dai detentori del potere economico internazionale, di buona parte delle concessioni fatte alle masse lavoratrici al solo scopo di comprarne la fedeltà, in previsione di un confronto est-ovest. Intendiamoci: ovunque in Europa, il ruolo dei socialisti nell’edificazione del welfare state è stato benefico e determinante, ma le conquiste sociali sono state in qualche maniera facilitate da circostanze geopolitiche favorevoli. I successori di Turati devono ringraziare, oltre che se stessi e gli elettori, anche Vladimir Lenin.

Sostenere l’esistenza di un legame, sia pure indiretto, tra le politiche riformiste postbelliche e la Rivoluzione d’ottobre parrà a taluni blasfemo, ma consideriamo l’evolversi della situazione italiana dopo il 1989: Democrazia Cristiana e Partito Socialista, carichi di colpe ma non privi di meriti, scompaiono dalla scena insieme ai loro leader storici, mentre scendono in campo nuovi movimenti, votati alla privatizzazione dell’economia e della politica. Si assiste distrattamente alla metamorfosi del PCI – in realtà, la novità più clamorosa – che, mutati nomi e pelle, si converte senza esitazioni al culto liberista, e, perso qualche pezzo per strada, si reinventa filoamericano.

Siamo ben al di là della presunta “degenerazione” rimproverata da Gramsci ai riformisti, cioè dell’adesione turatiana alla logica democratico-parlamentare: per crudele ironia della sorte, gli epigoni degli scissionisti abbracciano (forse per impulso sincero, forse per opportunismo - comunque acriticamente) quella stessa ideologia del profitto a tutti i costi contro la quale Karl Marx aveva lanciato i suoi strali. Il liberismo si erge a pensiero unico, vanamente contrastato, a sinistra, da sparute minoranze.

Le privatizzazioni, cioè la svendita dell’industria di Stato, sono il pubblicizzatissimo primo atto; fanno seguito la precarizzazione del rapporto di lavoro, voluta da ambienti interni al centrosinistra non meno che dal centrodestra, la liberalizzazione dei servizi pubblici, il tacito assenso alle delocalizzazioni, l’erosione sistematica delle protezioni sociali. Passa lo slogan “privato è bello”, mentre l’intervento pubblico in economia, che ha consentito la crescita del sistema-paese al tempo della guerra fredda, è condannato alla damnatio memoriae. L'esigenza di rispettare i parametri di Maastricht – legge divina del liberismo europeo (1992) – viene addotta a giustificazione di qualsivoglia sacrificio imposto dall’elite ai ceti deboli.

Frattanto gli strumenti di propaganda lavorano a pieno regime, stravolgendo persino il significato delle parole: il termine “riforma”, in precedenza adoperato per designare interventi migliorativi in campo economico e sociale, viene speso senza parsimonia al fine di rendere meno impopolari scelte dolorose ed oggettivamente regressive. Abbiamo così il riformismo reazionario dei D’Alema, del “mai stato comunista” Veltroni, dei “socialisti” clericali alla Sacconi: un riformismo sui generis che perfino il moderato Filippo Turati, ne sono sicuro, avrebbe trovato ripugnante.

Incapace di esprimere figure del calibro di Blair, Schroeder o Zapatero – politici niente affatto socialisti, ma dotati – la pseudosinistra nostrana fa leva sull’antiberlusconismo per garantirsi una magra sussistenza, riuscendo ad occultare il fatto che dell’indifendibile, odioso Trimalcione di Arcore essa condivide, in fondo, l’ideologia.

Improvvisamente, però, succede qualcosa: la folle corsa dei finanzieri americani a profitti sempre più stratosferici, frutto di giochi speculativi e senza connessione alcuna con la crescita dell’economia reale, dà il via ad una crisi che, per gravità, è paragonabile soltanto al terremoto di Wall street del ’29. Per mettere in salvo i colpevoli, cioè in primis le banche d’affari, il governo statunitense stanzia risorse colossali, sostanzialmente a fondo perduto, mentre la disoccupazione sale alle stelle e i cittadini restano senza casa. Nell’epoca della globalizzazione è impossibile arginare il contagio, che presto si estende all’Europa. Il 2010 si annuncia come un annus terribilis: a febbraio-marzo la Grecia rischia la bancarotta, e viene momentaneamente salvata solo al prezzo di pesantissime rinunce, il cui peso ricade sui lavoratori, gli studenti, i pensionati. Colpisce la tipologia delle misure richieste dal Fondo monetario e dall’Unione Europea: interventi sugli stipendi, le pensioni, la spesa pubblica; eliminazione dei contratti collettivi “che frenano lo sviluppo”, mentre rendite e patrimoni non sono toccati. E’ solo il primo di una serie di diktat liberisti, indirizzati a Stati sovrani e al mondo del lavoro. Con la scusa della globalizzazione e della crisi, qualcuno punta alla dissoluzione del modello europeo di Stato sociale.

In Italia è Marchionne a prendere l’iniziativa: per continuare la produzione prima a Pomigliano e poi a Mirafiori pretende l’accettazione di accordi ultimativi, che restringono i diritti sindacali e la libertà dei dipendenti. La politica dà il suo avallo compiaciuto, in nome dell’innovazione e della necessità; ma non tutto va per il verso giusto.

Diversamente dagli altri sindacati, la FIOM di Maurizio Landini non piega la schiena: denuncia violazioni alla carta fondamentale, dietro cui s’intravede la precisa volontà padronale di cancellare i diritti collettivi e ridurre all’impotenza i lavoratori e le loro rappresentanze. Dalle Alpi alla Sicilia, mica solo a Mirafiori.

I metalmeccanici della CGIL rifiutano di firmare il patto leonino e rilanciano, mettendo in discussione lo stesso modello di sviluppo globale, che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Lo scontro, da sindacale, diviene squisitamente politico e, grazie alla rinomanza della Fiat – che in Italia è da cent’anni sinonimo di industria – ed alla determinazione della FIOM, finisce sulle prime pagine dei giornali. Il contegno arrogante di Marchionne, che punta i piedi e minaccia di andarsene se non si vota come dice lui, ed il servilismo del governo berlusconiano fanno il resto, suscitando un moto d’indignazione in un’opinione pubblica che giaceva assopita: è ammissibile – ci s’inizia a chiedere – che un manager guadagni mille volte più dei suoi dipendenti e, soprattutto, è compatibile con la democrazia un sistema economico-industriale autoritario, in cui l’opinione del cittadino-lavoratore conta meno di zero? Insomma: non sono soltanto gli intellettuali, qualche ex sindacalista e Paolo Ferrero a prendere le parti della FIOM: il dubbio che il capitalismo odierno sia antidemocratico e faccia abbastanza schifo comincia a serpeggiare un po’ ovunque.

Questo confuso bisogno di Sinistra che gli italiani esprimono viene percepito da Nichi Vendola: in un’intervista a “Il Piccolo”, il leader di SeL invita le forze progressiste a creare un fronte unico con la FIOM in difesa dei diritti minacciati, coinvolgendo anche gli studenti in lotta contro la riforma Gelmini. Si tratta, in realtà, di un aut aut, che costringe il PD ad uscire allo scoperto, svelando il totale appoggio dei suoi dirigenti alla causa capitalista. Le parole di Fassino, Veltroni, Chiamparino e D’Alema fanno il giro di un Paese incredulo; ma è il “sì a Marchionne senza se e senza ma” dell’ambizioso “rottamatore” Renzi - giovanissimo erede degli italiani descritti da Machiavelli e Guicciardini - il degno epitaffio per il PD-partito-di-sinistra.

Meglio così: l’equivoco è stato risolto davanti all’Italia intera, “in prima serata” verrebbe da dire. Probabilmente Nichi Vendola aveva messo in preventivo la reazione dei democratici, perché la sua proposta è l’embrione di un programma politico: quello di rifare la Sinistra, costruendo – come domanda la FIOM – un Partito del Lavoro. I presupposti ci sono: l’esito del referendum di Mirafiori ha dimostrato, se non altro, che la sinistra fasulla del sì non sa dar voce alle aspettative ed ai timori di chi lavora. Consentitemi una veloce precisazione. Quando parlo di sinistra fasulla, mi riferisco ai rappresentanti, non certo alla base elettorale: il “popolo delle primarie”, pur assottigliatosi nel corso degli anni, non manca mai di mostrare il proprio attaccamento alla causa progressista e merita, oltre a simpatia e rispetto da parte nostra, una speciale premura che lo ripaghi delle amarezze sofferte.

Unità, dunque – come auspicava, come profetizzava Turati – tra le forze che, oggi al pari di ieri, non si rassegnano alla deriva liberista della società, e pongono al centro dell’attenzione le esigenze dell’uomo, non quelle del Capitale.

C’è poco da inventarsi, cari compagni: quelle forze sono rappresentate da noi, Socialisti di sinistra, rimasti nel PSI o confluiti in SeL; dai Comunisti; da una parte del sindacato e dall’avanguardia studentesca. Quelli del 2011 sono gli stessi del ’21, nuovamente desti dopo l’ubriacatura rivoluzionaria.

A ben guardare, ciò che ancora ci divide è poca cosa: malanimi, sospetti, vecchi rancori legati ad un passato ormai sbiadito. Ognuno può continuare, a casa sua, a fare il gioco della torre con Lenin e Turati, o con Berlinguer e Nenni – purché abbia ben chiaro in testa che vogliamo tutti fondamentalmente la medesima cosa.

Vogliamo il Socialismo, quel Socialismo del XXI secolo che tanto il compagno Vendola quanto i documenti congressuali della Federazione della Sinistra indicano come il fine da perseguire; da perseguire uniti, lo ribadisco, perché da soli si corre verso lo sfacelo – nostro, del Paese e della struttura sociale innalzata con tanta fatica nel corso dei decenni.

Il Presidente Vendola ama ripetere che Sinistra ecologia e libertà è soltanto un punto di partenza, il seme che deve morire per far nascere la pianta: lo stesso discorso valga per i movimenti in cui ci riconosciamo attualmente, che seguiteranno a vivere nella nuova aggregazione.

Compagni, non è una tessera di partito a renderci socialisti: è quello che proviamo nel cuore, sono i nostri ideali che si traducono in atti coerenti! Ed è anche la capacità che abbiamo di discutere liberamente, di riflettere e di far riflettere.

Quest’apertura mentale, questa disponibilità ad ascoltare le ragioni altrui senza lasciarsi condizionare da pregiudizi di sorta sono un contributo non secondario alla riuscita del progetto, un progetto in cui investiamo il nostro futuro.

Sia dunque Livorno la prima tappa di un cammino comune, che restituisca speranza ed orgoglio a quella larga fetta della popolazione italiana oggidì mal rappresentata dal PD ed attratta dalla tentazione del voto protestatario o dell’astensionismo.

Il tempo, tuttavia, non sta dalla nostra parte: la riunificazione deve attuarsi il più velocemente possibile.

Le circostanze appaiono favorevoli, grazie anche al fatto che, finalmente, la Sinistra italiana dispone di un potenziale leader unitario, forse addirittura di due. Nichi Vendola non è il Messia, ma ha – tra le tante – una dote indispensabile per il successo dell’impresa: sa parlare al popolo, entusiasmarlo, far sentire il cittadino partecipe di una missione collettiva. Inoltre, riassume in qualche modo in sé le due tradizioni della sinistra: di formazione comunista, condivide dichiaratamente i valori del Socialismo italiano.

Il motore della Storia non sono solamente i processi economici, né gli spostamenti delle masse, come pretende Tolstoj, in odio a Napoleone: talvolta un singolo individuo può fare la differenza. Essenziale è che sia ben supportato: senza il genio di Bonaparte non ci sarebbe stato il capolavoro di Austerlitz, ma è altrettanto vero che senza l’eccezionale affiatamento dei soldati francesi e l’abilità dei comandanti il piano perfetto sarebbe morto sulla carta. Per farla breve, intorno a Vendola deve crescere una nuova leva di dirigenti e quadri preparati, affidabili e onesti, in grado – adoperiamo un’espressione fuori moda – di fornire il buon esempio.

Ma veniamo agli aspetti programmatici, che contano anche più della leadership.

Qualche giorno fa, il Segretario del PSI Nencini, eludendo una domanda su riformismo “buono” e riformismo “cattivo”, ha affermato che nel 2011 non possiamo riproporre le medesime ricette degli anni ’60-’70. Ineccepibile: d’altronde, nessuno si sognerebbe oggi di fotocopiare lo Statuto dei lavoratori e farlo rivotare dal Parlamento, fosse anche per estenderlo alle piccole imprese.

La questione è un’altra: recuperare lo spirito che animava i riformisti di mezzo secolo fa, per escogitare soluzioni idonee a migliorare il tenore di vita dei lavoratori - che restano i nostri azionisti di riferimento - e non invece a peggiorarlo. Non è soltanto un fatto di giustizia distributiva: fino all’altro ieri la tivù ci esortava a spendere e spandere per far ripartire l’economia, ma è piuttosto improbabile che chi si è visto decurtare lo stipendio e deve confrontarsi con generalizzati aumenti tariffari marca UE abbia una gran voglia di shopping.

Rilevo che, nel corso della mattinata, sono state esposte talune idee interessanti, su argomenti già abbastanza noti a chi ha un minimo di dimestichezza con i siti d’area. Volendo, potremmo racchiuderle in una formula: attuare la Costituzione economica, perché è proprio la Carta fondamentale ad individuare il contenuto di una futura, possibile stagione di riforme “buone”.

L’informazione in tempo reale sulla vertenza Mirafiori ha condotto l’opinione pubblica alla scoperta dell’acqua calda: la democrazia si ferma ai cancelli delle fabbriche, dentro comanda il padrone, punto e basta.

Esistono opzioni alternative alla monarchia, raramente illuminata, dell’imprenditore/manager? L’articolo 46 della Costituzione ne prevede una: il diritto – e sottolineo il termine “diritto” – dei lavoratori a collaborare alla gestione dell’impresa. In Italia, a differenza che in Germania, la cogestione non è mai diventata realtà: il precetto risulta clamorosamente inattuato. Non è arduo intendere il perché dell’inerzia legislativa: se i lavoratori avessero voce in capitolo sulle politiche industriali, precariato, delocalizzazioni e licenziamenti di massa sarebbero banditi, al più se ne sentirebbe parlare come del babau delle fiabe, che nessun bimbo, per fortuna, ha mai incontrato. Si noti che la cogestione è qualcosa di più e di diverso rispetto al mero obbligo di consultazione: nel suo significato autentico, essa implica un rapporto paritario tra Capitale e Lavoro che si traduce, nei fatti, in una democrazia aziendale. Sembra incredibile, ma per disinnescare la minaccia del marchionnismo sarebbe sufficiente l’approvazione di una legge rispettosa della Carta costituzionale.

Per alcuni, l’abbiamo udito, la cogestione delle fabbriche costituirebbe solo un traguardo volante: quello vero si chiama autogestione da parte dei lavoratori. Non è utopia: in Argentina, dopo la catastrofe economica di un decennio fa, le maestranze hanno assunto il controllo della produzione in numerose aziende fallite o destinate al fallimento, che in taluni casi sono state nazionalizzate, in altri trasformate in cooperative. Lavoro e Capitale finiscono per coincidere, e si raggiunge l’obiettivo di “licenziare il padrone”.

Veterocomunismo? Direi proprio di no, a meno che non si voglia iscrivere d’ufficio Robert Owen al Partito Comunista Sovietico: fu il mitissimo padre del Socialismo britannico, quasi duecento anni orsono, a lanciare e mettere in pratica l’idea di sostituire il sistema capitalista con uno basato sulle cooperative di produzione. Il tentativo andò male, perché - anche quella volta, come nella vicenda Fiat – l’arbitro, cioè il governo, era venduto.

Ciò che qui importa evidenziare è che l’istituto dell’autogestione non è di per sé in contrasto con il dettato costituzionale, che subordina l’iniziativa privata al rispetto dell’utilità sociale (art. 41, 2° comma), consente l’espropriazione delle imprese “strategiche” con loro contestuale socializzazione (art. 43) e, da ultimo, promuove e favorisce la cooperazione (art. 45). Nessun ostacolo giuridico vieta, quindi, di pubblicizzare le banche, che di un sistema economico sono il polmone, né di porre fuori legge la speculazione o di aumentare la progressività impositiva su redditi e patrimoni (art. 53).

Sintetizziamo, omettendo i particolari: il programma riformista dei Socialisti del XXI secolo è già scritto in Costituzione. Residua però un interrogativo, alquanto insidioso: sussistono le condizioni per realizzarlo?

Quarant’anni fa, l’abbiamo visto, la classe lavoratrice aveva un potere contrattuale ben superiore a quello odierno, e le economie nazionali erano assai meno interconnesse, sia a livello europeo che mondiale. Ipotizziamo che una potente multinazionale americana decida, di punto in bianco, di chiudere un suo stabilimento in Italia per trasferirlo altrove, e che il nostro governo reagisca con l’esproprio: come escludere ripercussioni, anche gravi, sui rapporti bilaterali, alla luce dell’influenza che i gruppi economici d’oltreoceano esercitano sulla politica degli Stati Uniti? Cerchiamo di non dimenticarci che lo stesso modello della cogestione è lontano anni luce dalla mentalità di un “tagliatore di teste” milionario. Andiamo avanti: una cooperativa od un’impresa socializzata abbisognerebbero, almeno nella fase di avvio, di agevolazioni, aiuti, sussidi pubblici; ma qualsiasi distorsione del mercato è puntualmente sanzionata dall’Unione Europea, che ha elevato la tutela della concorrenza – cioè delle lobby economico-finanziarie - a dogma di fede. Ben che vada, uno Stato che avesse la sfrontatezza di riappropriarsi del suo ruolo, intervenendo nell’economia, sarebbe assalito da sciami di speculatori. Come se non bastasse, la globalizzazione è una dura realtà: l’unica via per proteggere l’industria nazionale sarebbe quella di chiudere le frontiere alle merci prodotte nelle nazioni in cui non vengono rispettati standard minimi di difesa del lavoro. La conseguenza sarebbe l’immediato isolamento, esiziale per quegli Stati che, come l’Italia, dipendono dall’estero per le materie prime.

Tirando le somme, un singolo Paese, anche sviluppato, non può permettersi, nel 2011, il lusso dell’autarchia. Un Paese no, ma un continente sì: perché il Socialismo del XXI secolo si affermi in Italia, occorre che trionfi in Europa.

Una volta unita, la Sinistra italiana dovrebbe farsi promotrice di una conferenza paneuropea, aperta a tutte le forze di opposizione al sistema capitalista: partiti, sindacati, movimenti giovanili. Risponderebbero in molti, io credo: a paragone del PD, non solo la Linke, anche l’SPD del dopo Schroeder può sembrare un’organizzazione massimalista. Insieme si tratterebbe di approvare un programma per far fronte all’emergenza, attuabile in tutti gli Stati membri dell’Unione: un programma provvisorio, e soprattutto conciso, capace di assurgere – veicolato da scioperi massicci e proteste di piazza – a formidabile strumento di pressione sulle istituzioni politiche ed economiche.

Un’azione coordinata e pacifica è più efficace, e molto più socialista, di cento rivolte disperate.

Un riformista postmoderno ha di recente esortato la sinistra a dimenticarsi di essere l’erede del terzinternazionalismo a e ricordarsi di essere soprattutto “nazionale”. In tempi di crisi globale, è opportuno tenere a mente il prezioso consiglio, per poi fare esattamente il contrario.

Se divisi siam canaglia, stretti in fascio siam potenti – questo non è più Nencini, è di nuovo Turati.

Viva il Socialismo, compagni, quello autentico!

Norberto FRAGIACOMO

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