Tuesday, 19 April 2011 10:51

Appunti per il convegno di Socialismo e Sinistra sulle relazioni industriali e sul nuovo modello di sviluppo

Written by  Renato Costanzo Gatti
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RILANCIO DELLA PROGRAMMAZIONE EUROPEA

Premessa

      La crisi che stiamo attraversando ha sottoposto a dura critica gli automatismi di mercato,

riproponendo una stagione di rilancio della programmazione, che in questo momento storico può essere solo europea con caduta a cascata sulla programmazione delle nazioni e quindi delle regioni.

     La pesante ipoteca messa da Marchionne sullo sviluppo delle relazioni industriali, richiede dal mondo della sinistra e dal mondo sindacale in particolare, una controproposta, non difensiva, che possa trovare consensi tali da poter diventare egemone.

     La proposta fatta dall’Europa in questo momento è scarsamente condivisa né condivisibile, prospettando un decennio di recessione o quanto meno di stagnazione; testimonia questa opinione la lettera dei 200 economisti.

     La pratica programmatoria ha conosciuto stagioni più fiorenti (vedi Focus 1), la stagione della partecipazione ( vedi Focus 2) sotto forma di codeterminazione è stata sterilizzata dall’avvento al governo del centro-destra, riducendo tutta la politica economica ad una gestione dei parametri di Maastricht, in assenza di una politica dei redditi, di una politica industriale capace di una visione ampia.

     La profonda consapevolezza che l’esistenza di una moneta unica senza un governo coordinato dell’economia è debole e stentata, è dimostrata e confortata dai fatti che si sono svolti sotto ai nostri occhi in questi anni, e che ancora incombono.

     Lo sviluppo squilibrato dei conti correnti delle bilance commerciali dei paesi membri dell’Europa, ha imboccato una china di difficile reversibilità, che richiede un intervento deciso e determinato, per evitare che si arrivi alla distruzione della moneta comune. 

 

     Quello cui stiamo pensando è la proposta di una stagione di rilancio della programmazione economica democratica aperta che solo una vittoria delle forze socialiste in Europa, può realizzare. E’ su questi temi che intenderemmo invitarVi ad una tavola rotonda per esaminare la tematica ed eventualmente elaborare  insieme una proposta comune.

 

I temi

Avremmo individuato due temi a livello europeo e due temi a livello nazionale

    

A livello europeo:

 

       La divisione europea del lavoro  

 

Se riteniamo che l’attuale assetto europeo di una Germania esportatrice, di un’Italia come produttrice dell’indotto tedesco, di paesi dell’est perennemente importatori, di altri paesi lasciati completamente alla “mano invisibile” del mercato, senza un coordinamento a livello di governo europeo, senza una politica industriale, senza una politica economica, senza una politica fiscale comune, sia un assetto insoddisfacente, funzionale solo alla liberismo capitalistico, ma sterile per la creazione di una missione dell’Europa nel mondo, per la ricerca di una identità europea nel mondo, il superamento di questo assetto dovrebbe essere il “primo obiettivo”.

Sia chiaro che stiamo parlando di un’Europa ispirata ai valori socialisti antagonista all’Europa liberista attuale.

     

Ci guida in queste considerazioni il pensiero di Keynes

 

“Un paese che si trovi in posizione di creditore netto rispetto al resto del mondo dovrebbe assumersi l’obbligo di disfarsi di questo credito, e non dovrebbe permettere che esso eserciti nel frattempo una pressione contrattiva sull’economia mondiale e, di rimando, sull’economia dello stesso paese creditore. Questi sono i grandi benefici che esso riceverebbe, insieme a tutti gli altri, da un sistema di clearing multilaterale. (…) Non si tratta di uno schema umanitario filantropico o crocerossino, attraverso il quale i paesi ricchi vengono in soccorso ai paesi poveri. Si tratta piuttosto, di un meccanismo economico altamente necessario, che è utile al creditore quanto al debitore” (Activities 1940-1944 pp. 276-277)

 

Strumento estremamente interessante per l’attuazione di una politica di riallineamento automatico è quello dello Standard retributivo ( vedi Focus 3)

 

 

 

L’omogeneizzazione del mercato del lavoro

 

La sindrome dell’idraulico polacco è il sintomo evidente di un problema che l’Europa si trova a dover affrontare. I capitalisti hanno subito saputo utilizzare la libera circolazione dei capitali nella comunità; non altrettanto il mondo del lavoro è stato in grado di interpretare come opportunità la libera circolazione dei lavoratori, ma, al contrario, vivono questa libertà di circolazione come un problema. Ed il problema è che invece di creare maggiori opportunità e maggior protagonismo utilizzando la libera circolazione dei lavoratori, assistiamo al fenomeno contrario: sono le imprese che circolano liberamente nella comunità (ma anche fuori da questa) alla ricerca del minor costo del lavoro. La delocalizzazione è un’arma minacciata e messa in atto dal capitale per aumentare l’appropriazione di pluslavoro. L’ultimo ricatto di Marchionne è sintomatico di un nuovo livello di interpretazione delle relazioni industriali, la punta di diamante del sistema integrativo di partecipazione nella forma della “Qualità totale”. Inutile dire che il capitale fa le sue scelte e rincorre i suoi interessi. Deprimente, invece, è la dichiarazione del presidente Berlusconi che non perde occasione per dimostrare la sua grettezza. “In uno stato libero l’imprenditore investe dove meglio ritiene”. L’affermazione di Berlusconi è il vero pensiero che noi vogliamo combattere, sia sul piano teorico (ovvero della legittimazione del potere del capitale), sia sul piano pratico e di obiettivi politici. Intendiamo cioè dire che l’obiettivo che l’Europa dovrebbe perseguire mettendo in atto procedure concertative, è quello di fare in modo che nessuna impresa debba decidere la propria localizzazione solo per “dumping salariale”  ovvero, visto da un’altra angolazione, si dovrebbe perseguire l’obiettivo di una progressiva omogeneizzazione delle condizioni salariali, anche attraverso camere di compensazione, in un accordo storico tra governi, sindacati e parti datoriali.

In questo stesso contesto si potrebbero studiare strategie per contrastare la concorrenza illegale (in termini di diritti inalienabili dell’uomo) di quei paesi che non rispettano la dignità umana sul lavoro. Un boicottaggio a quei prodotti che includono lavoro minorile, ma anche una moral suasion mondiale sulla osservanza di un minimo di diritti sindacali.

 

 

A livello italiano:

 

Per l’unificazione dei rapporti di lavoro

 

La richiesta pressante del capitale di poter disporre di lavoro flessibile ha portato alla creazione di innumerevoli forme contrattuali che hanno di fatto sgretolato l’unitarietà del mercato del lavoro, con un oggettivo indebolimento della difesa dei lavoratori. L’aver diviso i lavoratori (cosiddetti) protetti dai lavoratori precari è riuscito a creare una possibilità di conflittualità anche tra lavoratori, con riflessi costituzionali. Nella manovra correttiva del ministro Tremonti, l’art. 9 comma 28 prevede che “a decorrere dall’anno 2011 le amministrazioni dello Stato, …, possono avvalersi di personale a tempo determinato o con convenzioni ovvero con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, nel limite del 50% della spesa sostenuta per le stesse finalità nell’anno 2009”. Il governo, con questo articolo, licenzia personale utilizzando lo strumento del non rinnovo di contratti “atipici” rispetto al contratto di lavoro a tempo indeterminato. Ciò significa che il taglio delle spese viene perseguito licenziando personale ma utilizzando la finzione, l’ipocrisia del diverso tipo contrattuale. Non potendo licenziare il dipendente “protetto” il governo si scaglia contro i precari, facendo della contrattazione atipica non uno strumento di ricerca della flessibilità, ma uno strumento di esercizio del potere. Se ci fosse stato un contratto unico questa differenziazione, che a mio giudizio assume espressioni anticostituzionali, non si sarebbe potuta esercitare.

Le forme contrattuali atipiche oltre a creare oggettivamente una differenziazione nei diritti dei lavoratori dipendenti (penso ad esempio al massacro fatto in occasione del fallimento di Alitalia) non ha raggiunto lo scopo prefisso di creare flessibilità. Infatti la marea di segretarie assunte con contratti di progetto, di personale di pulizia assunto come co.co.pro, di lavoratori a tempo determinato per funzioni non contingenti, fino all’esplosione delle partite iva quale espressione del massimo dello sfruttamento fondato sul terrorismo ideologico del “fatti imprenditore di te stesso” dimostrano che le forme atipiche di contratto sono state utilizzate per diminuire il costo del lavoro e non per ricercare flessibilità.

So che molti non condividono il progetto Boeri-Ichino sul contratto unico a diritti crescenti, ma essi dovrebbero quanto meno riconoscere che quel progetto riporta ad una forma giuridica unica del contratto di lavoro, abrogando le mille forme di contratti atipici, e che questo obiettivo non è da poco.

Obiettivo di un tavolo di partecipazione dovrebbe essere la ricerca del superamento delle normative esistenti.

Quando parlo di omogeneizzazione del mercato del lavoro penso anche al problema della proliferazione delle sigle sindacali ed al problema della rappresentanza. Occorre rendersi conto che qualsiasi prassi partecipativa trova il suo successo nella unitarietà dei sindacati. Poniamo quindi come pregiudiziale l’esigenza di un sindacato unico che non mostri il fianco ai ricatti di Marchionne, ma che nel contempo costituisca un referente unico e responsabile nelle trattative col Marchionne stesso.

 

La ricerca della produttività

 

Siamo convinti che nella divisione internazionale del lavoro, il valore aggiunto del nostro paese può competere con la concorrenza internazionale solo se il contenuto tecnologico di esso è in grado di abbassare il costo del lavoro per unità di prodotto al di sotto di quello di un lavoro meno specializzato. Abbiamo detto al punto 1.5 che non possiamo restare invischiati nella palude per cui non siamo in grado di competere con il basso costo del lavoro cinese e con l’alta produttività del lavoro tedesco. Dobbiamo imboccare decisamente una strategia che, a mio parere, non può essere altro che quello della ricerca della produttività.

L’imprenditoria locale ha a mio parere, e l’ho scritto più volte, la colpa storica di non aver ricercato la produttività ma la rendita di posizione; il governo ha seguito pedissequamente le indicazioni di confindustria nella ricerca di una produttività “ottocentesca”, rendendosi latitante nell’organizzare quella sinergia di iniziative che preludono, costruiscono una produttività di paese.

Il sindacato poi dovrebbe prendere come sua bandiera rivendicativa quella della ricerca della produttività; ricercando all’interno di questa strategia, nuove forme di democrazia economica tesa a dare alla partecipazione del mondo del lavoro non solo diritti ma anche i “mezzi” per la gestione di questa materia.

Come sappiamo è di ostacolo alla ricerca della produttività la dimensione delle imprese italiane. Nella media europea la presenza percentuale delle imprese con più di 50 dipendenti è più che doppia rispetto a quella italiana. Ciò significa che in Europa le imprese che possono contare su un progetto di ricerca della produttività che non sia fondata sul solo lavoro, sono molto più presenti che non nel nostro paese, che si trova quindi “sistematicamente” handicappato nel suo percorso verso la produttività

 

 Qui le proposte possono essere di due tipi: per le grandi imprese pensiamo a qualcosa di simile alla Mitbestimmung tedesca adattata alla cultura italiana; mentre per le piccole imprese abbiamo due sbocchi: la proposta della T-Holding fatta dalla Confapi ovvero una rinascita del movimento cooperativo per portare le piccole imprese a massa critica per innescare la virtuosa spirale della produttività.

 

 

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