Tuesday, 19 April 2011 10:55

IN MEMORIA DI VITTORIO ARRIGONI Featured

Written by  Giuseppe Angiuli
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Conobbi Vittorio Arrigoni una sera di novembre del 2009, in una piccola libreria di S. Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi, dove si teneva la presentazione del suo libro “Restiamo Umani”, in cui raccontava la sua esperienza di unico italiano testimone free-lance da Gaza della criminale operazione Piombo fuso,

 scatenata dal Governo israeliano a cavallo tra Natale 2008 e capodanno 2009, che aveva prodotto tantissime vittime di civili inermi, tra cui centinaia di bambini carbonizzati dalle bombe al fosforo bianco.

 

Vittorio era un ragazzone alto e muscoloso, dotato di un’insolita mistura di virilità e bontà, di forza fisica e di sensibilità nell’animo, cosa che nella storia ha spesso contraddistinto altri grandi combattenti per la libertà, quali Garibaldi e il Che Guevara.

Era impossibile non rimanere impressionati dalla sua incredibile tenacia così come era difficile non lasciarsi affascinare dalla sua indomita tensione verso la giustizia e la verità.

Non parlava il linguaggio spesso ambiguo della politique politicienne, non voleva affermare teoremi astratti o assiomi propagandistici, Vittorio era fondamentalmente e spassionatamente un attivista per i diritti umani.

Ci mostrò alcuni video da lui stesso girati con la sua telecamerina all’interno del martoriato territorio della Striscia di Gaza, prima, durante e dopo l’operazione Piombo fuso.

Ci fece vedere scene in cui motovedette della marina militare israeliana sparavano a freddo su imbarcazioni di pescatori palestinesi inermi, colpevoli solo di avere osato allontanarsi di poche miglia marine dalla battigia di Gaza city per cercare di trovare qualche pesce con cui sfamare le proprie famiglie, sfidando un blocco marittimo illegale e unilateralmente imposto dall’entità sionista con il deliberato intento di strangolare una popolazione intera.

In un altro suo video si vedevano dei contadini palestinesi intenti a coltivare campi di prezzemolo o di cicoria, sempre all’interno del territorio della striscia, mitragliati a freddo da soldati israeliani posti dall’altra parte del confine, senza motivo, quasi per una reazione irrazionale e psicopatica che da sempre connota i comportamenti di quell’esercito criminale e genocida. Durante la proiezione di quei video, Vittorio non pronunciava mai parole di odio per nessuno, nemmeno per i soldati israeliani, ma si commuoveva con le lacrime, come un bambino e concludeva sempre con quella frase che costituisce oggi il suo epitaffio per tutti noi: “Restiamo umani”.

Durante l’incontro, pensai tra me e me con rabbia: “Ma guarda un po’, ci tocca quotidianamente ascoltare fior di ciarlatani e tuttologi che non hanno nulla da raccontarci, alla TV, nei salotti “culturali” delle nostre città durante incontri in cui si discetta del nulla, ai quali magari sono riservate platee plaudenti e cospicue, mentre un uomo dal coraggio inusitato deve accontentarsi di parlare dinanzi a non più di 15 persone, mostrando fatti inoppugnabili ma colposamente nascosti al grande pubblico e per di più all’interno di una piccola libreria di paese!”.

Dopo l’incontro, consapevole di avere davanti a me una persona straordinaria, avvicinai Vittorio e lo invitai immediatamente a tenere un analogo incontro nella mia città: troppo forte era il desiderio in me di mostrare anche ai miei amici e conoscenti più stretti cosa davvero avviene nei territori palestinesi ad opera di uno Stato geneticamente criminale e razzista che da più di 60 anni si fa passare per vittima “a prescindere” in virtù di una appropriazione strumentale e disonesta del dramma della shoah.

Vittorio mi ringraziò per l’invito ma mi disse che il suo desiderio era quello di riuscire a tornare il prima possibile a Gaza e di fermarsi lì il più a lungo possibile: a Gaza riuscì ad entrarci, infatti, all’inizio del 2010 e da lì non ha più fatto ritorno. Era consapevole che la sua utilità marginale era quella di stare lì, sul campo, per farci arrivare quotidianamente, come unico testimone diretto, le notizie sullo stillicidio quotidiano di morti palestinesi per mano israeliana, quelle morti che, come è noto, nei nostri telegiornali non fanno mai notizia.

Il suo blog Guerrillaradio era uno strumento insostituibile di accesso alle informazioni su fatti quotidianamente negati dal nostro pseudo-giornalismo inguardabile ed illeggibile.

Alcuni di noi hanno continuato a tenere contatti a distanza con Vittorio, via facebook, via e-mail o anche per telefono e lui ci garantiva sempre che, al suo ritorno in Italia, sarebbe stato disponibile a regalarci la sua preziosissima presenza. Solo pochi giorni fa, contattato dai compagni del comitato “Fasano per Gaza” i quali si erano prodigati per fare venire in Puglia, per curarsi, un ragazzo palestinese di Gaza al quale era stata amputata una gamba, Vittorio aveva garantito che il ragazzo stava bene, era stato da lui visitato personalmente ed era pronto a partire per la Puglia!

Non nascondo che resterà sempre in me il rammarico ed il rimorso di non avere messo a disposizione di Vittorio altre platee di amici e compagni desiderosi di capire ciò che non si deve capire, di vedere ciò che non ci viene fatto vedere perché qualcuno ha deciso che sulla questione palestinese deve essere raccontata sempre tutta un’altra storia, che costantemente trasforma le vittime in carnefici e viceversa.

Vittorio era un pacifista assoluto ed integrale, un idealista puro come ce ne sono pochi nella nostra società.

Il nucleo centrale del suo pensiero poteva bene essere riassunto da una nota frase pronunciata dal premio nobel Josè Saramago a proposito degli ebrei, che Vittorio spesso citava: “Vivere nell’ombra dell’olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese. Evidentemente non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni”.

 

Personalmente, a differenza di Vittorio, io non mi considero un pacifista assoluto, nonostante la mia convinta adesione a EMERGENCY di Gino Strada potrebbe fare credere diversamente. Pur nutrendo da sempre una naturale avversione per ogni forma di violenza fisica, suppongo che, se mi fosse toccato di vivere nella Roma occupata dai nazisti durante l’inverno 1943-44, difficilmente mi sarei accontentato di fare sventolare le bandiere della pace. Allo stesso modo, ritengo che la legittima causa di liberazione del popolo palestinese, purtroppo, non potrà essere affermata soltanto facendo ricorso ad appelli ai buoni sentimenti ma sarà frutto di tanto altro sangue che continuerà a scorrere e di tanta ulteriore lotta di popolo, che ci piaccia o no, anche armata.

Non v’è chi non possa vedere, infatti, che dal 1948 ad oggi Israele ha sempre perseguito un lucido disegno di annientamento del popolo palestinese e che, se si fa eccezione forse per il solo audace tentativo di Rabin dopo la conferenza di Oslo (1991-1993), lo Stato sionista non ha mai avuto - e di certo non ha ancora oggi - alcuna intenzione di permettere davvero la nascita di uno Stato palestinese che sia dotato di una propria sovranità e di confini certi. Chi ritenga questo tipo di analisi frutto di “estremismo” o di eccesso di partigianeria, provi solo a guardare cosa accade oggi nei territori della West bank (o Cisgiordania) dove l’avanzamento delle colonie illegali sioniste (con sempre nuove terre strappate alle popolazioni native) appare giorno dopo giorno inarrestabile. Quello che tanta opinione pubblica, specie di sinistra, non ha ancora ben capito, è la natura folle, disumana, (auto)segregante e intimamente razzista dell’ideologia coloniale sionista. Tacciare questo tipo di ragionamento di “anti-semitismo”, dati i fatti oggettivi dinanzi a noi, può essere solo il frutto di risibile analfabetismo culturale o di malafede intellettuale strutturale.

Non so chi abbia ordinato l’uccisione di Vittorio Arrigoni ma so per certo che su siti internet di matrice sionista per Vik era da tempo stata emessa una sentenza di condanna a morte e lui lo sapeva bene.

Un’altra cosa che so per certo è che, da stasera, non avrò più punti di riferimento per accedere alle notizie su cosa accade nella striscia di Gaza.

Da oggi mi sentirò un po’ più solo.

 

Ma per onorare la memoria di Vittorio (il cui ricordo di uomo straordinario e di instancabile testimone della verità resterà per me indelebile), dobbiamo tutti quanti prima di tutto tornare a studiare, studiare, studiare e spegnere una volta per tutte quel diabolico arnese chiamato TV.

Un libro fondamentale per capire le ragioni genetiche del dramma palestinese e che Vittorio consigliava a tutti di leggere, forse più ancora che il suo “Restare umani”, è “La pulizia etnica della Palestina”, opera dello scrittore e docente ebreo Ilan Pappe, pubblicato da Fazi editore.

In secondo luogo, dobbiamo sostenere con convinzione la prossima Freedom Flottilla che al più presto ancora una volta tenterà, anche in memoria di Vittorio, di forzare il blocco navale della striscia e di portare aiuti e sollievo al popolo di Gaza.

 

E’ caduto nel vuoto, da tempo, l’appello che Yasser Arafat lanciò alla comunità mondiale quando si presentò dinanzi all’assemblea generale delle Nazioni Unite, nel 1974, recando con sé una rivoltella in un braccio ed un ramoscello d’ulivo nell’altro e pronunciò le seguenti parole: “Non lasciate che il ramoscello d'ulivo cada dalla mia mano”.

Ebbene, se i palestinesi hanno ormai abbandonato da tempo l’idea di riporre le armi e tenersi stretto il ramoscello d’ulivo che Arafat ebbe a sventolare, la colpa è stata nostra, solo nostra, che li abbiamo lasciati soli, costringendoli di fatto a reazioni armate e violente alle ingiustizie patite.

Vittorio Arrigoni, col suo pacifismo integrale e sincero, è stato uno degli ultimi uomini a battersi perché quel famoso ramoscello d’ulivo e di pace non cadesse e non marcisse definitivamente.

Non so se i ramoscelli d’ulivo potranno tornare a crescere, ma in ogni caso sento di gridare, dal più profondo del mio cuore:

 

GRAZIE VITTORIO!!!

 

Monopoli, 16 aprile 2011.

                                                                                                           Giuseppe Angiuli

 

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