Tuesday, 19 April 2011 19:53

Appunti per il convegno di Socialismo e Sinistra sulle relazioni industriali e sul nuovo modello di sviluppo

Written by  Renato Costanzo Gatti
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RILANCIO DELLA PROGRAMMAZIONE EUROPEA

Premessa

La crisi che stiamo attraversando ha sottoposto a dura critica gli automatismi di mercato, riproponendo una stagione di rilancio della programmazione, che in questo momento storico può essere solo europea con caduta a cascata sulla programmazione delle nazioni e quindi delle regioni.

La pesante ipoteca messa da Marchionne sullo sviluppo delle relazioni industriali, richiede dal mondo della sinistra e dal mondo sindacale in particolare, una controproposta, non difensiva, che possa trovare consensi tali da poter diventare egemone.

La proposta fatta dall’Europa in questo momento è scarsamente condivisa né condivisibile, prospettando un decennio di recessione o quanto meno di stagnazione; testimonia questa opinione la lettera dei 200 economisti.

La pratica programmatoria ha conosciuto stagioni più fiorenti (vedi Focus 1), la stagione della partecipazione ( vedi Focus 2) sotto forma di codeterminazione è stata sterilizzata dall’avvento al governo del centro-destra, riducendo tutta la politica economica ad una gestione dei parametri di Maastricht, in assenza di una politica dei redditi, di una politica industriale capace di una visione ampia.

La profonda consapevolezza che l’esistenza di una moneta unica senza un governo coordinato dell’economia è debole e stentata, è dimostrata e confortata dai fatti che si sono svolti sotto ai nostri occhi in questi anni, e che ancora incombono.

Lo sviluppo squilibrato dei conti correnti delle bilance commerciali dei paesi membri dell’Europa, ha imboccato una china di difficile reversibilità, che richiede un intervento deciso e determinato, per evitare che si arrivi alla distruzione della moneta comune.

Quello cui stiamo pensando è la proposta di una stagione di rilancio della programmazione economica democratica aperta che solo una vittoria delle forze socialiste in Europa, può realizzare. E’ su questi temi che intenderemmo invitarVi ad una tavola rotonda per esaminare la tematica ed eventualmente elaborare  insieme una proposta comune.

I temi

Avremmo individuato due temi a livello europeo e due temi a livello nazionale

A livello europeo:

La divisione europea del lavoro

Se riteniamo che l’attuale assetto europeo di una Germania esportatrice, di un’Italia come produttrice dell’indotto tedesco, di paesi dell’est perennemente

importatori, di altri paesi lasciati completamente alla “mano invisibile” del mercato, senza un coordinamento a livello di governo europeo, senza una politica industriale, senza una politica economica, senza una politica fiscale comune, sia un assetto insoddisfacente, funzionale solo alla liberismo capitalistico, ma sterile per la creazione di una missione dell’Europa nel mondo, per la ricerca di una identità europea nel mondo, il superamento di questo assetto dovrebbe essere il “primo obiettivo”.

Sia chiaro che stiamo parlando di un’Europa ispirata ai valori socialisti antagonista all’Europa liberista attuale.

Ci guida in queste considerazioni il pensiero di Keynes

“Un paese che si trovi in posizione di creditore netto rispetto al resto del mondo dovrebbe assumersi l’obbligo di disfarsi di questo credito, e non dovrebbe permettere che esso eserciti nel frattempo una pressione contrattiva sull’economia mondiale e, di rimando, sull’economia dello stesso paese creditore. Questi sono i grandi benefici che esso riceverebbe, insieme a tutti gli altri, da un sistema di clearing multilaterale. (…) Non si tratta di uno schema umanitario filantropico o crocerossino, attraverso il quale i paesi ricchi vengono in soccorso ai paesi poveri. Si tratta piuttosto, di un meccanismo economico altamente necessario, che è utile al creditore quanto al debitore” (Activities 1940-1944 pp. 276-277)


Strumento estremamente interessante per l’attuazione di una politica di riallineamento automatico è quello dello Standard retributivo ( vedi Focus 3)


L’omogeneizzazione del mercato del lavoro

La sindrome dell’idraulico polacco è il sintomo evidente di un problema che l’Europa si trova a dover affrontare. I capitalisti hanno subito saputo utilizzare la libera circolazione dei capitali nella comunità; non altrettanto il mondo del lavoro è stato in grado di interpretare come opportunità la libera circolazione dei lavoratori, ma, al contrario, vivono questa libertà di circolazione come un problema. Ed il problema è che invece di creare maggiori opportunità e maggior protagonismo utilizzando la libera circolazione dei lavoratori, assistiamo al fenomeno contrario: sono le imprese che circolano liberamente nella comunità (ma anche fuori da questa) alla ricerca del minor costo del lavoro. La delocalizzazione è un’arma minacciata e messa in atto dal capitale per aumentare l’appropriazione di pluslavoro. L’ultimo ricatto di Marchionne è sintomatico di un nuovo livello di interpretazione delle relazioni industriali, la punta di diamante del sistema integrativo di partecipazione nella forma della “Qualità totale”. Inutile dire che il capitale fa le sue scelte e rincorre i suoi interessi. Deprimente, invece, è la dichiarazione del presidente Berlusconi che non perde occasione per dimostrare la sua grettezza. “In uno stato libero l’imprenditore investe dove meglio ritiene”.

L’affermazione di Berlusconi è il vero pensiero che noi vogliamo combattere, sia sul piano teorico (ovvero della legittimazione del potere del capitale), sia sul piano pratico e di obiettivi politici. Intendiamo cioè dire che l’obiettivo che l’Europa dovrebbe perseguire mettendo in atto procedure concertative, è quello di fare in modo che nessuna impresa debba decidere la propria localizzazione solo per “dumping salariale”  ovvero, visto da un’altra angolazione, si dovrebbe perseguire l’obiettivo di una progressiva omogeneizzazione delle condizioni salariali, anche attraverso camere di compensazione, in un accordo storico tra governi, sindacati e parti datoriali.

In questo stesso contesto si potrebbero studiare strategie per contrastare la concorrenza illegale (in termini di diritti inalienabili dell’uomo) di quei paesi che non rispettano la dignità umana sul lavoro. Un boicottaggio a quei prodotti che includono lavoro minorile, ma anche una moral suasion mondiale sulla osservanza di un minimo di diritti sindacali.

A livello italiano:

Per l’unificazione dei rapporti di lavoro

La richiesta pressante del capitale di poter disporre di lavoro flessibile ha portato alla creazione di innumerevoli forme contrattuali che hanno di fatto sgretolato l’unitarietà del mercato del lavoro, con un oggettivo indebolimento della difesa dei lavoratori. L’aver diviso i lavoratori (cosiddetti) protetti dai lavoratori precari è riuscito a creare una possibilità di conflittualità anche tra lavoratori, con riflessi costituzionali. Nella manovra correttiva del ministro Tremonti, l’art. 9 comma 28 prevede che “a decorrere dall’anno 2011 le amministrazioni dello Stato, …, possono avvalersi di personale a tempo determinato o con convenzioni ovvero con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, nel limite del 50% della spesa sostenuta per le stesse finalità nell’anno 2009”. Il governo, con questo articolo, licenzia personale utilizzando lo strumento del non rinnovo di contratti “atipici” rispetto al contratto di lavoro a tempo indeterminato. Ciò significa che il taglio delle spese viene perseguito licenziando personale ma utilizzando la finzione, l’ipocrisia del diverso tipo contrattuale. Non potendo licenziare il dipendente “protetto” il governo si scaglia contro i precari, facendo della contrattazione atipica non uno strumento di ricerca della flessibilità, ma uno strumento di esercizio del potere. Se ci fosse stato un contratto unico questa differenziazione, che a mio giudizio assume espressioni anticostituzionali, non si sarebbe potuta esercitare.

Le forme contrattuali atipiche oltre a creare oggettivamente una differenziazione nei diritti dei lavoratori dipendenti (penso ad esempio al massacro fatto in occasione del fallimento di Alitalia) non ha raggiunto lo scopo prefisso di creare flessibilità. Infatti la marea di segretarie assunte con contratti di progetto, di personale di pulizia assunto come co.co.pro, di lavoratori a tempo determinato per funzioni non contingenti, fino all’esplosione delle partite iva quale espressione del massimo dello sfruttamento fondato sul terrorismo ideologico del “fatti imprenditore di te stesso” dimostrano che le forme atipiche di contratto sono state utilizzate per diminuire il costo del lavoro e non per ricercare flessibilità.

So che molti non condividono il progetto Boeri-Ichino sul contratto unico a diritti crescenti, ma essi dovrebbero quanto meno riconoscere che quel progetto riporta ad una forma giuridica unica del contratto di lavoro, abrogando le mille forme di contratti atipici, e che questo obiettivo non è da poco.

Obiettivo di un tavolo di partecipazione dovrebbe essere la ricerca del superamento delle normative esistenti.

Quando parlo di omogeneizzazione del mercato del lavoro penso anche al problema della proliferazione delle sigle sindacali ed al problema della rappresentanza. Occorre rendersi conto che qualsiasi prassi partecipativa trova il suo successo nella unitarietà dei sindacati. Poniamo quindi come pregiudiziale l’esigenza di un sindacato unico che non mostri il fianco ai ricatti di Marchionne, ma che nel contempo costituisca un referente unico e responsabile nelle trattative col Marchionne stesso.

La ricerca della produttività

Siamo convinti che nella divisione internazionale del lavoro, il valore aggiunto del nostro paese può competere con la concorrenza internazionale solo se il contenuto tecnologico di esso è in grado di abbassare il costo del lavoro per unità di prodotto al di sotto di quello di un lavoro meno specializzato. Abbiamo detto al punto 1.5 che non possiamo restare invischiati nella palude per cui non siamo in grado di competere con il basso costo del lavoro cinese e con l’alta produttività del lavoro tedesco. Dobbiamo imboccare decisamente una strategia che, a mio parere, non può essere altro che quello della ricerca della produttività.

L’imprenditoria locale ha a mio parere, e l’ho scritto più volte, la colpa storica di non aver ricercato la produttività ma la rendita di posizione; il governo ha seguito pedissequamente le indicazioni di confindustria nella ricerca di una produttività “ottocentesca”, rendendosi latitante nell’organizzare quella sinergia di iniziative che preludono, costruiscono una produttività di paese.

Il sindacato poi dovrebbe prendere come sua bandiera rivendicativa quella della ricerca della produttività; ricercando all’interno di questa strategia, nuove forme di democrazia economica tesa a dare alla partecipazione del mondo del lavoro non solo diritti ma anche i “mezzi” per la gestione di questa materia.

Come sappiamo è di ostacolo alla ricerca della produttività la dimensione delle imprese italiane. Nella media europea la presenza percentuale delle imprese con più di 50 dipendenti è più che doppia rispetto a quella italiana. Ciò significa che in Europa le imprese che possono contare su un progetto di ricerca della produttività che non sia fondata sul solo lavoro, sono molto più presenti che non nel nostro paese, che si trova quindi “sistematicamente” handicappato nel suo percorso verso la produttività

Qui le proposte possono essere di due tipi: per le grandi imprese pensiamo a qualcosa di simile alla Mitbestimmung tedesca adattata alla cultura italiana; mentre per le piccole imprese abbiamo due sbocchi: la proposta della T-Holding fatta dalla Confapi ovvero una rinascita del movimento cooperativo per portare le piccole imprese a massa critica per innescare la virtuosa spirale della produttività.


Focus 1 La programmazione

(fonte delle notizie “I Documenti di Programmazione” a cura di Antonella Crescenzi Luiss University press)


Il primo documento programmatorio ci fu richiesto dagli statunitensi per supportare le intenzioni del governo nell’utilizzo dei fondi erogatici grazie al piano Marshall nell’immediato dopoguerra. Il piano predisposto dal governo italiano si meritò serrate critiche da parte dell’Economic Cooperation Administration (ECA) che nel Country Study sull’Europa (Rapporto Hoffman)  definisce il Piano a lungo termine predisposto dalle autorità italiane “più un’approssimativa espressione di opinioni che un esatto programma degli obiettivi previsti e dei mezzi atti alla loro realizzazione”.

Nel 1949 nel secondo congresso nazionale della CGL venne varato il Piano Economico noto come “IL PIANO DEL LAVORO” presentato da Giuseppe Di Vittorio. Tra i temi proposti l’edilizia popolare fu attuato dal piano Fanfani per l’Edilizia popolare nel 1949, la nazionalizzazione dell’energia elettrica fu attuata dal primo centrosinistra, i patti agrari furono varati dal governo De Gasperi nel 1950 su proposta di Antonio Segni.

Nel  1950 fu istituita la Cassa per il Mezzogiorno che trova una sistematizzazione nel 1955 nello “Schema per lo sviluppo dell’occupazione e del reddito nel decennio 1955-1964 noto come SCHEMA VANONI, il primo tentativo di organizzare l’azione di governo all’interno di una logica programmatoria.

Nel 1961 viene costituita la Commissione Papi che per conto del Ministero del Bilancio elaborò il primo modello macroeconomico di previsione volto a “ individuare le prime approssimate e macroscopiche  linee di proiezione del recente passato verso il prossimo decennio”. Il modello aggregato consisteva di tredici equazioni. Nel 1962 il ministro del Bilancio Ugo La Malfa redasse una NOTA ALLEGATA alla RGE per il 1961 affermando e rilanciando la necessità di una “politica di programmazione generale e di un intervento organico volto a favorire un ordinato sviluppo dell’economia nazionale”.

Fu con il centrosinistra che il ministero assunse la denominazione di Ministero del Bilancio e della Programmazione economica e che si ebbero con Giolitti e Pieraccini i primi PEN PROGRAMMI ECONOMICI NAZIONALI. La punta più alta di questa prassi programmatoria si ebbe nel 1969 con l’elaborazione da parte del ministro del Bilancio e della Programmazione economica, il socialista Pieraccini, il PROGETTO 80, che rappresenta un importante punto di svolta della politica programmatoria: da un lato raccoglie l’eredità delle esperienze di tutti gli anni ’60, dall’altro individua gli orientamenti per il nuovo decennio.

Il mutato clima politico, unitamente alle crisi generate dagli shocks petroliferi del 1972 e del 1979 modificano l’approccio programmatorio e si risolvono nella legge 675/75 nota come legge per la RICONVERSIONE INDUSTRIALE.

Seguirono anni di lotta all’inflazione salita a livelli oltre il 20%, misure di contenimento del costo del lavoro con il decreto di S.Valentino nell’84 seguito da un referendum che non ebbe successo.

La legge n. 362 del 23 agosto 1988 introduce il DPEF Documento di Programmazione Economica e Finanziaria. Il primo DPEF identifica gli obiettivi per il periodo 1988-1992 che costituiscono fondamentalmente le azioni per il risanamento dei conti pubblici, soprattutto in vista della liberalizzazione dei capitali a breve prevista come conseguenza dell’entrata in vigore del mercato unico comunitario.

Seguono vicende monetarie europee, prima il serpente monetario, poi lo SME (Sistema monetario europeo), che imboccano la strada, in modo dialettico e problematico dell’Unione Europea.

Dobbiamo arrivare al 1992 e al 1993 per registrare un ritorno potente della politica dei redditi attraverso l’accordo del 31 luglio 1992 che pone fine alla scala mobile che collegava

automaticamente l’andamento del costo della vita alla voce retributiva denominata indennità di contingenza. Il passaggio all’inflazione programmata decongestiona le spirali costo-prezzo-costo  caratteristiche degli anni precedenti.

Nel 1993 si firma l’accordo noto come protocollo Ciampi che rappresenta un esempio paradigmatico di codeterminazione tra governo sindacati e industriali, anche con risvolti personali quali le dimissioni da segretario della CGIL di Bruno Trentin dopo la firma dell’accordo. Il grande progetto di perseguire la moderazione salariale per favorire i profitti delle imprese finalizzati all’incremento della produttività globale del sistema imprenditoriale costituisce un’occasione mancata di un opportunità di sviluppo che avrebbe potuto caratterizzare tutto il decennio.(vedansi la relazione della prima commissione del Cnel che definisce il trade-off moderazione salariale aumento della produttività un fallimento politico, l’articolo pubblicato da Ariel di A.Tronti sulle cifre e gli andamenti scaturiti da quel protocollo. La moderazione salariale venne colta come occasione di rinviare gli investimenti o dirottarli sul fronte finanziario, utilizzando il basso costo della mano d’opera. Paradossalmente aumentarono gli occupati ma diminuì la quota dei salari nella distribuzione del reddito nazionale.


Focus 2


NON PERDIAMO ANCHE LA TERZA OCCASIONE

Il cammino delle relazioni industriali


Premessa


Nella vita del nostro Paese, si sta presentando l’occasione di rinnovare le relazioni industriali superando vecchi modelli e vecchie prepotenze, per arrivare ad una seria convivenza non antagonistica ma a pari dignità, tra capitale e lavoro.

Il tema delle relazioni industriali ha conosciuto due momenti importanti per la sua crescita in senso partecipativo; nell’immediato dopoguerra quando dopo il fallimento fascista si cercava di innestare un nuovo rapporto tra capitale e lavoro e successivamente, nell’indimenticabile clima del primo centro-sinistra quando, a fianco di una politica economica basata sulla programmazione,  si pone il tema di relazioni industriali coerenti sforando nel campo dell’autonomia sindacale.

Le due occasioni storiche sono entrambe fallite (rimando al saggio di M.Magnani “Alla ricerca di regole nelle relazioni industriali: breve storia di due fallimenti” in Storia del Capitalismo italiano a cura di F.Barca 2010 Ed. Donzelli – l’approfondimento in proposito) e ci lasciano con l’amaro interrogativo di come sarebbero potute andare le cose se uno dei due tentativi avesse avuto successo. Ma la storia, com’è noto, non si fa con i se; rimane tuttavia il desiderio culturale e la curiosità scientifica di esaminare le cause dei fallimenti onde farsene bagaglio di esperienza per una possibile terza opportunità.

Esaminerò quindi, in questo articolo, le peculiarità storiche dei momenti in cui le opportunità si presentarono, ma soprattutto le ragioni di fondo che ne causarono i fallimenti, e le forze sociali chiamate a quei tempi a confrontarsi con questo tema.


La ricerca culturale


Il primo elemento che vorrei sottolineare è costituito dal grande sforzo di studio, di ricerca e di elaborazione che sono stati all’origine delle due occasioni. Il primo momento di grande elaborazione teorica è stato quello della preparazione della Costituzione, i lavoro e gli approfondimenti fatti in particolare in Commissione Costituente che elaborò alla fine l’art. 46 della Costituzione. L’uscita dal ventennio fascista, la resistenza e la lotta partigiana, l’azione di governo del CLN, con la formazione di una classe dirigente nuova metteva il padronato industriale ed i suoi managers sul banco degli imputati, (anche se poi l’epurazione scalfì solo superficialmente gli assetti proprietari e dirigenziali delle grandi imprese). La prospettiva di un progressivo avanzamento delle idee socialiste spingeva altresì a porsi il tema della gestione delle imprese e del ruolo della classe operaia all’interno di questa prospettiva.

La fucina di elaborazione in questi anni vede come protagonisti il PCI, il PSI la DC, la CGIL (la Cisl nasce nel 1950 come scissione dalla CGIL) e la Confindustria. L’elaborazione più compiuta è rappresentata dal disegno di legge presentato nel 1946 dal ministro dell’industria Rodolfo Morandi insieme al ministro del lavoro D’Aragona (noto come “progetto Morandi”).

Negli anni ’60 invece, a conclusione di un ciclo di serrato potere padronale, di uno sviluppo fondato sul basso costo della mano d’opera e delle fonti di energia, a fronte di una rinata vitalità del mondo del lavoro, sono le forze culturali che colgono il momento storico e lo elaborano in profondi dibattiti.

Ricordo dapprima il Convegno delle “sei riviste” (“Il Mondo”, “L’Espresso”, “Critica sociale”, “Mondo operaio”, “Nord Sud” e “Il Ponte) tenutosi al teatro Eliseo a Roma nel novembre del 1961. Si tratta delle élites riformatrici: quella laica raccolta attorno alla rivista “Il Mondo” di Pannunzio, e quella socialista di cui Riccardo Lombardi e Antonio Giolitti sono gli esponenti di maggior spicco.

Quel Convegno, tuttavia, è stato preceduto nel mese di settembre dello stesso anno, dal Convegno della DC a San Pellegrino. Secondo quanto relazionato da Bruno Trentin al Convegno dell’Istituto Gramsci del marzo 1962 “la DC è la più attenta interprete in Italia delle “teorie neocapitaliste” di Diebold, Drucker e Galbraith che, affondando le radici negli studi di inizio secolo di Veblen, Clark e Tugwell, tornano a svilupparsi negli Stati Uniti dopo il conflitto mondiale”.


Il ruolo fondamentale della costruzione di una cultura, laica, socialista o neocapitalista che fosse, preliminare alla successiva elaborazione pratica nelle fasi alti della politica, mi pare di straordinaria chiarezza.

Vorrei, con il realismo e la modestia necessarie, che la nostra rivista “Socialismoesinistra” costituisse la palestra culturale dove si elaborano le idee e si prepara una nuova fase politica. L’idea gramsciana dell’intellettuale collettivo ci accompagna nel nostro cammino per una nuova fase politica basata sulla razionalità socialista.


Focus 3

LO STANDARD RETRIBUTIVO


Diversa è la proposta dello standard retributivo. E’ un sistema che tende a risolvere automaticamente gli squilibri commerciali tra i paesi dell’unione, introducendo un elemento di razionalità socialista capace di affrontare in modo nuovo il tema.

Il sistema si basa sul principio keynesiano per cui il peso del riequilibrio commerciale viene spostato dalle spalle dei paesi debitori a quello dei paesi creditori, con aggiustamenti di sistema e non per spirito filantropico, ma con una visione lunga dei problemi.

Due i meccanismi: a) i paesi dell’unione sono tenuti a garantire una crescita delle retribuzioni reali almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro avendo tuttavia presente l’utilizzo dei fattori della produzione attenti alle tensioni inflazionistiche in presenza di piena occupazione; b) oltre a questa crescita lo standard legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali, allo scopo di favorire il riequilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit. Il primo meccanismo garantirebbe una crescita dei consumi, notoriamente più incidenti tra i salari che non tra i profitti; il secondo meccanismo tenderebbe ad aumentare i salari e quindi i consumi dei paesi in surplus ampliando le possibilità di esportazioni dei paesi in deficit.

E’ chiaro che senza aumento della produttività (come nel caso italiano) il meccanismo sub a) non entrerebbe in funzione, e quindi si prospetta la necessità di una politica industriale tesa al miglioramento della produttività.

E’ altrettanto chiaro che un progetto del genere può essere portato avanti in un’Europa a maggioranza socialista, il che appare l’ostacolo più grosso alla soluzione del nostro problema.




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