Saturday, 23 July 2011 10:19

Riflessioni sul danno sociale Featured

Written by  Antonio Di Pasquale
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DANNO SOCIALE

Introduzione al problema

L’attuale crisi economico finanziaria globalizzata interessa trasversalmente individui ed  istituzioni, non risparmia comunità intermedie, tanto meno gli Stati e i rispettivi ordinamenti giuridici e la relativa capacità di garantire l’effettività  dei diritti e libertà  fondamentali, il principio di uguaglianza e la giustizia sociale.

 

 Gli Stati sono le principali vittime e i cittadini ne subiscono le disfunzioni. I rapporti tra individui e quelli tra individui e istituzioni degenerano, si innesca una reazione incapace di contrastare la contingenza negativa  che anzi ne implementa  la portata con ricadute nelle vie di fatto.

Nasce così un problema di portata sistemica, ben oltre pregiudizi individuali e settoriali, che incombe sulle basi della stessa pacifica convivenza con moto discendente regressivo in senso antidemocratico e precostituzionale.

Eterogenesi dei fini tanto più grave se  si considerano la ragione della genesi dei sistemi costituzionali, volti a scongiurare arbitrii, nonché  la portata disgregante e antisolidaristica del fenomeno in atto .

Tale stallo è  linfa vitale per mafie, politica e affari spregiudicati, tutti  interessati  a sfruttarlo per strumentalizzare le difficoltà individuali e ottimizzare il proprio tornaconto, tanto più  in un contesto come quello nazionale in cui il neoliberismo privatizzatore della seconda repubblica ha abbandonato i cittadini ad anni di solitudine in un oblio del tempo e della memoria, fuori dall’umanità, unica materialità possibile di qualsivoglia stato costituzionale .

Contesto

Il  fenomeno è inquadrabile  nell’ambito generale delle relazioni autorità-libertà/istituzioni-individuo ed in particolare nella  ricomposizione costituzionale delle tensioni e dei conflitti generati dalla dialettica  sul piano dei rapporti intersoggettivi.

A tal fine non si può prescindere dal rapporto tra ordinamento giuridico e società.

Il diritto è infatti il principale strumento di controllo e indirizzo dei fenomeni sociali ragion per cui è oggetto delle bramosie di qualsivoglia pensiero politico.

Lo stato (ente, apparato, istituzione esponenziale della comunità di riferimento formata  dai cittadini stanziati sul relativo territorio, se democratico) mira alla conservazione della pace sociale e a tal fine si serve proprio del diritto.  

La costituzione, in una visione democratica, rappresenta il fondamentale patto sociale tra cittadini i quali, al fine di garantire l’effettività delle prerogative individuali, conferiscono parte della propria autonomia, in termini di sovranità, in capo allo stato, così dotato di tutti i poteri finalizzati a garantire l’effettività delle prerogative dei cittadini e le condizioni che le rendono possibili.

Sono dunque i cittadini, in quanto sovrani, a rendere possibile il conferimento dei poteri fondamentali di sovranità allo stato: legislativo, esecutivo e giudiziario.

Dai cittadini dipende la vitalità dello stato della costituzione e della democrazia.

Nella dissociazione tra titolarità ed esercizio del potere, tra individuo e autorità, lo stato diviene monopolista della forza, prerogativa che perde allorchè poteri e forza si snaturano per la propria illegittimità al punto da contraddire le finalità e i presupposti per cui vengono conferiti dalla base tanto da legittimare la resistenza dei cittadini a fronte di un tale stato di contraddizione.

In tale caso i cittadini sono investiti della responsabilità di esercitare la piena propria integrale autonomia, ripristinata a causa dell’illegittimità delegittimante dell’operato statuale, al fine di ricostituire le condizioni per un potere ascendente e legittimato avverso le devianze dell’arbitrio  discendente ed autoreferenziale dell’apparato che ha esorbita dalle finalità delle proprie attribuzioni.

Sorge così la necessità di preservare l’individuo dagli eventuali abusi ed eccessi dell’autorità i cui poteri vengono così divisi e sottoposti alle limitazioni della legalità e della legittimità.

La costituzione stessa  pone quindi il potere connaturandolo in termini di limitatezza.

I limiti sono rappresentati dai diritti di libertà dei cittadini e dalle finalità che il potere deve perseguire per essere tale e non degenerare in arbitrio.

L’azione statuale è disciplinata dal diritto, la legge la vincola; l’azione amministrativa è soggetta al principio di legalità, l’azione pubblica non può esercitarsi se non nei modi e per i casi previsti dalla legge.

Poiché la produzione normativa tramite il potere legislativo è esercitata dallo stato medesimo essa stessa a sua volta è limitata dalla costituzione  che introduce  limiti di legittimità in termini procedurali e di competenza nonché di garanzia  delle posizioni soggettive che  il legislatore non può pregiudicare.

Vengono anche tessute delle trame nell’architettura istituzionale che consentono di creare delle relazioni tra gli organi titolari dei poteri fondamentali al fine di consentire bilanciamenti e controlli tramite procedure e individuazione di organi terzi con il compito di garantire l’equilibrio, l’unità, la coesione e coerenza al modello ed al programma costituzionale.

Lo stato si fonda quindi sull’esigenza di rendere possibili i diritti dei cittadini dirimendo i conflitti tra di essi, ragion per cui essi rinunciano a parte delle proprie prerogative per rendere possibili i poteri statuali affinchè tutelino e rendano effettive le facoltà conservate, contro cui  lo stato non può esercitare  i propri poteri, che in tali casi non avrebbe  poiché il potere, nell’ottica costituzionale,   non viene conferito per comprimere i diritti che è volto a garantire.

Tuttavia le prerogative individuali non sono illimitate, esse cedono nella misura in cui è necessario affinchè ne sia possibile la garanzia. Lo stato deve poter intervenire esercitando i poteri volti a mantenere  la pace sociale unica dimensione in cui sono garantibili i diritti individuali.

Il  diritto individuale trova una sua intrinseca limitatezza anche nelle relazioni interindividuali. Non è ammissibile infatti esercitare un proprio diritto al fine di nuocere a terzi , il diritto individuale deve essere esercitato in modo da non arrecare pregiudizio a terzi e tanto meno alle finalità istituzionali di cui alla costituzione. L’idea del bilanciamento dei diritti è infatti una necessità che deriva proprio dalla loro dimensione costituzionale tanto nei rapporti pubblicistici che in quelli privatistici.

I limiti, le modalità e la portata di tale dialettica e derivazione tra diritti, libertà, doveri individuali e autorità e poteri dell’apparato statale sono dunque espressione  costituzione tramite la funzionalizzazione dei poteri pubblici ai diritti e garanzie dei cittadini che a loro volta nel vincolo solidaristico rendono possibile l’esistenza di tali poteri tramite la rinuncia a proprie prerogative per la  conservazione di diritti, valori e interessi reputati  superiori e condivisi. Il tutto tramite le funzioni esercizio dei poteri statuali.

Una tale visione ascensionale del potere è propria della impostazione costituzionale democratica ed è verificabile nella costituzione del 48 in cui, fatte salve le dovute garanzie delle prerogative individuali, lo stato ha poteri anche in ambito economico e sociale in ossequio ad una concezione del principio di uguaglianza sostanziale volta a rimuovere tramite interventi materiali le condizioni che impediscono nella realtà l’effettiva uguaglianza tra i cittadini al fine di garantire la consapevole dignitosa libera autonomia  in termini di partecipazione sovrana e non solo sociale ed economica.

Ne consegue la centralità del governo dell’economia e della società e degli strumenti giuridici a disposizione.

Risorse e formazione/comunicazione/informazione  ed il relativo regime di effettività  quanto a trasparenza, pubblicità, accessibilità, pluralismo, imparzialità  hanno rilevanza non più quali complementi nell’ambito dell’autonomia ma  divengono veri e propri poteri  differenziati che possono influenzare quelli classici tripartiti (legislativo, esecutivo e giudiziario)  perciò da considerare nel quadro dell’equilibrio e separazione complessiva onde evitare abusi, eccessi ed arbitrii, in un contesto evidentemente  più ampio e articolato comunque finalizzato a realizzare la pacifica convivenza tra individui dotati di pari dignità, autonomia e libertà e quindi degli indispensabili strumenti necessari per realizzarle ed esercitarle cui deve attendere lo stato medesimo nel caso in cui gli individui non riescano ad accedervi autonomamente .

Rilevano dunque doveri di prestazione sociale da parte delle istituzioni e  diritti a prestazioni sociali in capo ai cittadini,  passibili di mutamenti in ragione delle evoluzioni al fine di adeguarli ma non di sopprimerli.

Nel quadro democratico dai poteri e dalle funzioni pubbliche nonché dai diritti individuali  germinano i servizi pubblici e la dialettica tra libertà e potere, autonomia e autorità, individuo e apparato si fa più complessa in una ricomposizione tra pubblico e privato che affinchè sfugga a logiche totalizzanti e dirigistiche  deve muovere in senso costituzionale.

Il punto di rottura di una tale azione statualcostituzionale è rappresentato dalle disponibilità finanziarie a loro volta influenzate dall’andamento socio economico e dalla possibilità di un effettivo governo dello stesso in termini tecnici e culturali.

Le crisi, congenite nei cicli economici, dipendono in primo luogo dai misuratori economici (produzione, ricchezza, benessere, felicità) e sono quindi realtà relative.

Esse sono determinate non solo da profili prettamente materiali ed oggettivi della  dinamica socioeconomica ma anche da profili culturali, soggettivi, psicologici, relazioni, irrazionali, di rango umorale, insomma dalla componente uomo intesa non quale mero valore materiale e contabilizzabile ma quale variabile della produzione non oggettivizzabile e inserita in un ambiente e quindi caratterizzata da una ecologia. Tale aspetto incide non solo sull’innesco della crisi ma anche sui suoi effetti, sulla sua durata e quindi ovviamente sulle politiche necessarie per reagire alla crisi. 

Una implementazione devastante in termini di intensità e accidentalità delle crisi si determina quando i profili soggettivi citati patiscono il sovraccarico dell’impatto , non controllabile allo stato istituzionale attuale, della dimensione globale della speculazione finanziaria.

Tale situazione è ulteriormente aggravata in contesti, come quello occidentale ed in particolar modo europeo e nazionale degli ultimi venti anni in cui la complessità normativa e l’incapacità di garantire un’accessibilità agli individui alle garanzie offerte dall’ordinamento, che tuttavia esistono,  a causa della scarsa trasparenza del sistema complessivo, troppo tecnico ed articolato per consentire una intelligibilità, consapevolezza ed effettiva  fruibilità a chi non abbia le adeguate competenze e informazioni e le risorse per procurarsele.

Ciò  produce  effetti  discriminatori che determina  la concentrazione di ricchezze  e incentivando la speculazione di crisi sfruttando le asimmetrie informative e conoscitive  sottraendo protezione e risorse ai cittadini comuni che non abbiano gli strumenti  per accedere ad un livello adeguato di protezione, ormai elitario.

In una tale situazione i cittadini che  sono onerati  progressivamente tramite la fiscalità in virtù del vincolo solidaristico a fare fronte alle esigenze di bilancio, subiscono un impatto ben più devastante per la crisi economica e finanziaria, essendo facili prede di  campagne speculative e per  la ricaduta emotiva in termini di prospettiva.

 A ciò  si sommano i pregiudizi in termini di assenza di prestazioni sociali e di assistenza ed ausilio finalizzato al superamento della contingenza negativa che  una politica non interventista non ha la cultura per volere e gestire tanto più allorchè essa  preserva le proprie posizioni e i propri interessi in un sottobosco di conflitti di interessi e collusioni lontante da un quadro democratico di effettività costituzionale. 

Il limite finanziario della effettività delle garanzie costituzionali attinenti i diritti fondamentali della persona  e la ragione stessa della costituzione statuale democratica tuttavia deve essere ridimensionato in termini di responsabilità politica, amministrativa ed economica.

Esso non può essere aggravato distogliendo risorse o gestendole in modo inefficiente inefficace e contrario al buon andamento, all’imparzialità ed agli obiettivi fissati dalla costituzione, canoni che vincolano l’esecutivo e la pubblica amministrazione esponendole a responsabilità di varia natura: civile, penale, amministrativa.

Su Governo, Parlamento, Partiti e Autonomie grava inoltre e soprattutto la responsabilità  politica la quale è legata alla effettività della rappresentanza ed alla legge elettorale.

Il limite finanziario della effettività delle garanzie costituzionali non può essere aggravato neanche da condotte individuali che si sottraggono al vincolo solidaristico e mutualistico di cui al patto sociale tramite evasione ed elusione o atteggiamenti  inattivi o comunque speculativi.

In un tale contesto rileva proprio il danno sociale, a cavallo tra la responsabilità politica e quella amministrativa, quale indice di legittimità dell’azione di governo e di quella amministrativa.

Esso è conseguenza della  carenza di potere determinata dalla  contraddizione dell’esercizio dello stesso   per finalità non solo non previste dalla fonte legittimante del potere medesimo ma addirittura ad esse avverso. Esprime, in termini aggregati e diffusi,  pertanto di macrorilevanza, un problema non solo giuridico ma evidentemente politico, il  pregiudizio di  posizioni individuali e collettive  di rilevanza costituzionale a causa della non attuazione ed applicazione della Costituzione.

 Ciò consente di spostare il piano della vincolatività dei precetti costituzionali da quello meramente politico istituzionale a quello più propriamente giuridico ed individuale onde consentire di salvare il salvabile tramite il ricorso alle garanzie fondamentali: il ricorso alle urne e il ricorso ai giudici.

 Il danno sociale esprime quindi una intima e radicale contraddizione istituzionale  sintomatica della crisi del sistema giuspubblicistico con ricadute sui consociati tali da esprimere una labilità contingente del patto sociale tale da sollecitare politica istituzioni e cittadini a critiche responsabili per definire un’azione di autotutela.

Il danno sociale sollecita l’azione politica effettiva nell’ottica della gestione e partecipazione ad un potere ascendente ed  ovviamente  il ricorso a tutte le vie ripristinatorie in termini di responsabilità giuridica che l’ordinamento offre e garantisce anche tramite un approccio esplorativo e propositivo di natura se non creativa certamente di attento esame e riconsiderazione di questioni che sono apparse, in passato, definite.

Delimitazione

Il danno sociale ha una dimensione interdisciplinare: sociale, economica, politica e giuridica. Si muove sulla scia del dettato costituzionale e ne segna le tappe storicamente determinate dalla materialità dei fatti, con alterne vicende.

 Esso  traccia una curva della coerenza ed effettività  che oscilla  condizionata da cultura ed economia e dalla loro azione su comunità ed apparato ed è la risultante del tasso di democraticità della politica intesa quale mandataria dell’esercizio di poteri ascendenti.

 Quanto più l’andamento è critico tanto più si allontana dal modello costituzionale invertendo il moto del potere da ascendente  in discendente, con evidente contraddizione e massimizzazione del danno che tenderà alla rottura del patto e della pace sociale e pregiudizio delle prerogative individuali di autonomia non controllabile e tantomeno apprezzabile.

Le democrazie europee del secondo dopoguerra sulla scia della questione sociale e per effetto della guerra fredda hanno ampliato le funzioni statuali chiamate a gestire  problematiche sempre più complesse e ad attuare il principio di uguaglianza sostanziale. I servizi pubblici rivolti alle persone in tale ottica hanno così fortemente caratterizzato le costituzioni economiche e le relative politiche al punto da conformare la natura de gli stessi stati, è l’epoca dello stato sociale.

Lo stato sociale assiste la persona del cittadino al fine di metterlo in condizione di partecipare attivamente alla vita del paese e di rendere effettive le sue prerogative civili e politiche garantendogli una soglia di dignità minima che consenta l’esercizio libero delle stesse.

Esso è finanziabile dalla fiscalità, dal debito pubblico o dall’inflazione, in ogni caso è un costo sociale finalizzato a realizzare le finalità dell’ordinamento statuale, è cioè un costo di cui si fanno carico tutti i cittadini con il patto  per garantire la pace condizione indispensabile per la fruizione tutela e garanzia dei diritti individuali.

 Le masse di soggetti emarginati e privi delle minime garanzie individuali fatalmente non consentono la stabilità del sistema. Una maggioranza disperata non è più governabile con la forza  nel momento in cui prende coscienza del proprio stato.

 L’equità e la giustizia sociale intesa come diritto minimo a prestazioni e condizioni di vita che garantiscano lo sviluppo individuale assurgono a valore istituzionale nel momento in cui appaiono funzionali alla conservazione e realizzazione delle finalità costituzionali, che si ribadisce in una dimensione ascensionale del potere è volto alla garanzia dei diritti di tutta la base secondo regole di ripartizione solidaristica degli oneri.

Allorchè questi oneri non sono più giustificati dall’esercizio funzionale dei poteri  e dalle prestazioni sociali da costi sociali si mutano in danni sociali.

Il danno sociale interviene quindi a livello diffuso, con ricaduta sulle posizioni individuali, allorchè le istituzioni non riescono a  impiegare risorse per le finalità della costituzione.

Quanto più la politica nella mediazione tra società e istituzioni tra comunità e apparato non riesce a tessere le fila di una programmaticità che consenta di invertire la tendenza tanto più intenso è il danno sociale che si produce.

Occorre chiarire che nell’individuazione delle responsabilità la dimensione politica delle stesse finisce con il radicarla nel corpo democratico unitariamente inteso nelle sue componenti di base, esponenziali, mediatiche e formative in cui di certo la cd. classe dirigente emerge in una dimensione fallimentare sebbene le conseguenze pregiudiziali non possono che rimanere attribuite paradossalmente alla base e pertanto nella sostanza irriparate poiché, per quanto aggravate dal mutamento in danno sociale, se ne dovrà far carico sempre la collettività.

L’elite di governo, e non solo, se smascherata potrà fare le valigie e semmai rispondere ove se ne configurino i presupposti nell’ambito delle responsabilità giuridiche, ma la dimensione della responsabilità per danno sociale rimarrà fondamentalmente di rango politico nel senso di avviamento al superamento della stagione dannosa a partire dal ricambio della classe politica responsabile, non solo di maggioranza.

Il danno sociale inoltre  se da un lato deve essere distinto dai normali costi sociali non deve essere confuso con la mera illegittimità o illiceità che a sua volta rientra nei costi sociali.

Gli apparati, gli enti, le istituzioni, le persone giuridiche, le associazioni hanno congenito un margine di illegittimità del proprio operato frutto della fisiologica umana fallibilità delle persone fisiche che vi collaborano e della spersonalizzazione ed oggettivizzazione di ogni fenomeno di aggregazione umana che però è più che compensato dagli effetti di utilità che ne sortiscono e che sono la causa degli stessi. Tali margini di errore rientrano nei costi sociali.

Il danno sociale invece interviene allorchè le risorse frutto dei costi sociali sono impiegate senza perseguire le finalità per cui sono reperite, in tale caso viene meno la legittimazione al loro impiego  e ove impiegate non arrecano alcun vantaggio alla collettività ma un inutile aggravio.

Tuttavia, specie nei tempi di crisi economica è assai complesso distinguere i meri casi di responsabilità politica dai casi di responsabilità politica per danno sociale, casi ben più gravi, poiché consistenti in  attività di vera e propria indifferenza costituzionale.    

Nella mera responsabilità politica si potrà discutere dell’opportunità o meno di adottare un indirizzo piuttosto che un altro, evidentemente frutto di valori e interessi se non antagonisti e configgenti comunque diversi, si potrà contestare la scelta ed imputarne le conseguenze negative in capo a chi le ha determinate avviando un’azione volta a rimuovere i responsabili, tuttavia le conseguenze negative ricadranno nei costi sociali.

Nella responsabilità politica per danno sociale l’indifferenza ad un fondamento costituzionale a tutela della persona dei consociati e della loro presenza attiva nelle finalità statuali non è un costo sociale poiché esso travolge le ragioni stesse del costo sociale, poiché nega e contraddice le ragioni per cui sono pretendibili costi sociali in capo a tutta la collettività.

La drammaticità di tale responsabilità consiste tuttavia nel fatto che essa viene sempre e comunque scaricata, come nel caso dei meri costi sociali, su tutta la collettività con naturali effetti disgreganti e degenerativi del patto sociale che lega la compagine.

Essa innesca forze centrifughe anche irrazionali che allontanano gli individui li isolano e sbriciolano il copro democratico minando alla base il fare politico costituzionale. Il danno sociale aggredisce la credibilità delle istituzioni e la  ragione stessa della loro esistenza e permanenza avviando un regresso verso posizioni naturalistiche ed individualistiche che non può che aggravare lo stato di crisi.

La vera responsabilità da spendere in un simile contesto è la necessità di riavviare un collante politico costituzionale che consenta di ripristinare un sistema di normali costi sociali ovvero che garantisca all’apparato di riaffermare e tutelare le prerogative individuali, ferma ovviamente la pretesa del congedo dell’elite culturale al governo e l’abbandono delle politiche  di privatizzazione, privatizzatrici e privazionistiche, non solo sotto il profilo formale, contabile, organizzativo, finanziario e  proprietario ma anche sotto l’aspetto sostanziale e culturale come rigenerazione di un concetto di bene comune e buon governo.           

Dimensione ed ambiti

Non è possibile limitarsi alla statualità del fenomeno o meglio non è possibile farlo senza calarlo anche in un contesto che dal locale acceda al continentale al mediterraneo ed al globale.

 E’ difficile riconoscere responsabilità allorchè sono in atto contingenze economiche globali, servizi e funzioni sono organizzati per lo più localmente e l’europa impone vincoli al debito.

La complessità istituzionale e normativa  statale ed europea, la confusione del relativo quadro evolutivo, la sua dimensione prettamente tecnico elitaria priva di una base democratica effettiva saldata da condizioni materiali di comunanza ma anzi dominata sempre più da discriminazioni, è terreno fertile per  furberie e abusi, nella migliore delle ipotesi gli effetti positivi sono riservati a pochi privilegiati che per risorse e conoscenze hanno la possibilità di accedervi.

Una tale situazione rende facile ai governi nazionali nascondersi dietro disfunzioni locali e la crudeltà del patto di stabilità, vengono così  scaricate le responsabilità su livelli non riconoscibili quasi a ripristinare   canoni teocratici.

 Come se le scelte di attenuazione della costituzione economica, alludiamo alla demolizione dello stato sociale ed alle privatizzazioni,  non siano state offerte ai cittadini dagli anni ’90 in poi quale toccasana per risanare il debito, entrare nella moneta unica, salvare l’economia nazionale dalle speculazioni finanziarie e non avere mai più crisi rinunciando all’inflazione e all’indebitamento.

Ma oggi eccoci ancora qui, con i soliti problemi, crisi, debito, paralisi politica e diritti dei cittadini a finanziare tante mezze verità.

E’ facile gioco, allo stato attuale, attribuire la responsabilità a terzi, non farsi carico dei propri oneri e responsabilità e tralasciare l’attuazione del programma costituzionale in ragione dell’adempimento degli  obblighi comunitari.

Da tali pratiche deriva un  aggravio di costi che ricade sui cittadini senza che le istituzioni provvedano al fine di garantire almeno una ricaduta in termini di  ripresa delle politiche di attuazione della costituzione sociale che consenta di ridistribuire risorse a sostegno della ripresa economica.

I fondi europei, che per il sociale non esistono se non per sostenere una politica economica a favore del mercato unico e quindi delle imprese, rimangono  inutilizzati e i pochi cui si accede non hanno un ritorno incentivante, rimangono sommersi nell’ombra in modo improduttivo, riservati a pochi che in genere vi speculano e basta. 

Inoltre in una tale situazione la legittimazione ed organizzazione dei poteri  non è coordinata in modo efficiente al fine di consentire la funzionalità del sistema complessivo; politiche economiche e sociali, sono  lasciate su piani differenziati, le prime in europa, le seconde allo stato ma con vincoli di stabilità e quindi con la zavorra del debito ossia con l’impossibilità di produrre spesa sociale per gli spreconi.

In una tale situazione la perdita dei diritti nella dimensione attuativa della costituzione è determinata dall’impossibilità di ricondurre  ad unità le responsabilità nel sistema che rimane nebuloso e poco trasparente consentendo autonomia solo al potere, anticamera dell’arbitrio.

Ciò tuttavia non esime dalla necessità di risolvere le problematiche sollevate dal danno sociale che in ogni caso necessita di un approccio statuale in ragione della sua portata costituzionale.

Occorre distinguere le componenti di costo sociale che devono ricadere sui cittadini e quelle di danno sociale che sono di competenza della politica in cui tuttavia, ove configurabile, può essere attivata la responsabilità giuridica nei confronti di istituzioni pubbliche e private che abbiano determinato tale stato o che da tale stato si siano avvantaggiate ed abbiano contribuito a perpetrarlo per proprio interesse a danno delle posizioni tutelate dalla costituzione.    

Gli  ambiti di intervento per neutralizzare, compensare e risolvere il danno sociale sono tracciati quindi dalla costituzione.

Dai diritti fondamentali della persona attraverso la costituzione economica e sociale sono enucleabili tutti i settori in cui l’assenza di buon governo pregiudica autonomia, dignità, libertà ed uguaglianza dei cittadini con negazione della partecipazione attiva tramite la privazione dei mezzi necessari e incremento delle ricadute negative della crisi tra cui il deterioramento dei rapporti sociali non ultimi quelli interpersonali.

L’assenza e il peggioramento delle prestazioni sociali e dei servizi nonché delle funzioni fondamentali cui è tenuto lo stato  incentiva la marginalità delinquenziale, soprattutto associativa, di natura fiscale, economica,  amministrativa  e  imprenditoriale, che tende ad incrementarsi per effetto della schiacciante brutalità della concorrenza in assenza di domanda.

Non occorre però dimenticare la storica rilevanza che nel bel paese ha la collusione tra chi controlla il territorio e l’apparato politico ed economico. Mafia e moralità di politica ed economia, democrazia, libertà dignità e uguaglianza  sono incompatibili in senso assoluto, la costituzione dice allo stato dove stare, i cittadini ce lo devono far stare, solo così si costituisce lo stato, solo così si applica ed attua la costituzione e si determina lo  stato costituzionale. I cittadini devono cacciare la mafia  non ricorrendovi quale supplente per le carenze statuali ma pretendendo dallo stato funzioni e prestazioni, rispetto tutela e garanzia dei diritti costituzionali.

Servizi essenziali (famiglia scuola università formazione ricerca cultura spettacolo beni pubblici ambiente territorio  sanità assistenza previdenza credito fisco giustizia) e ovviamente lavoro, professioni,  impresa e governo dell’economia sono tutti settori in cui cattive pratiche amministrative e di indirizzo politico possono produrre costi sociali non giustificabili in senso costituzionale e pertanto danno sociale.

Contrastare tale stato di imbarbarimento è possibile con l’impegno in una pratica di resistenza politica costituzionale  nell’ambito dell’opinione pubblica, della formazione, informazione, della partecipazione anche ai procedimenti amministrativi e della attivazione delle responsabilità giuridiche in caso di lesioni di posizioni individuali e collettive differenziate in capo ad enti esponenziali.  

Conclusioni

Dal  danno sociale può  maturare nelle sue vittime una pratica sociale civile e politica aggregante, virtuosa e costruttiva, attiva nel contrastarne gli effetti demolitori dello stato costituzionale e della dignità individuale.

Si può quindi lavorare per far evolvere nel senso della solidarietà una massa critica consapevole e interessata ad un ripristino di canoni di giustizia sociale ed equità tramite la riaffermazione e la riscoperta, l’attuazione effettiva dei valori e degli strumenti offerti dalla costituzione e dall’ordinamento con essa coerente.

La via principale per rifondere la collettività dei drammatici effetti del danno sociale è attivare le responsabilità politiche e giuridiche, individuali e collettive, ripristinando il senso ascendente del potere e della legittimazione democratica e riaffermare la sovranità popolare in un sano rapporto di rappresentanza in cui il corpo democratico sia partecipato ed esprima la moralità, trasparenza e imparzialità del buon governo al servizio dei cittadini e non di interessi particolari.

Fronteggiare gli effetti del danno sociale significa offrire  il dovuto sostegno  a chi lo patisce e rimane schiacciato dalla crisi, tanto più se ha creduto alle promesse neoliberiste,  con azioni idonee a supportare le contingenze al fine di evitare un disastroso effetto di progressività  negativa e consentire  di accelerare una ripresa senza pregiudicare famiglie, lavoratori, professionisti ,   imprese e la qualità dei loro rapporti.

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