Tuesday, 09 August 2011 19:37

IL CROLLO Featured

Written by  Renato Costanzo Gatti
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Le fasi della crisi

         Quella che stiamo attraversando non è una crisi diversa da quella scoppiata nell’agosto 2007, ma ne costituisce una fase destinata ad avere altre successive fasi. L’accumulo di profitti del ventennio precedente al 2007, ha alimentato in modo inusitato le transazioni finanziarie a detrimento dei salari, degli stipendi e quindi dei consumi. Il volume delle transazioni finanziarie che ha raggiunto un importo pari a venti volte il PIL mondiale, ha spostato dalla circolazione produttiva alla circolazione finanziaria una massa enorme di risorse.

 

 E la circolazione finanziaria non crea ricchezza, ma, unicamente la sposta da outsiders a insiders. In quegli anni c’è stato un aggravamento generale dell’indice Gini dei redditi e delle ricchezze che ha portato ad una concentrazione in poche mani delle ricchezze e dei redditi. Nel frattempo i capitali sottratti alla circolazione produttiva deprimono la domanda, la produzione e avviano verso la depressione. Nel 2007 l’esplosione delle contraddizioni del mondo della finanza associati alla depressione generata dalla minor massa salariale, portò alla crisi culminata nell’ottobre 2008 con il crollo della Lehman Brothers. Gli Stati sono intervenuti a salvare le banche, le istituzioni finanziarie specialmente negli USA e in Inghilterra, ma anche in Germania e un po’ in tutti i pesi. Grazie al suo sistema bancario l’Italia non cacciò un euro per salvare le banche, ma il sistema economico italiano con i suoi difetti e limiti nell’economia reale e i suoi limiti decisionali del governo, soffrì e continua a soffrire, non “meglio di altre economie”, ma in modo sistemico e strutturale. Il punto debole del nostro paese sta nell’economia reale.

         Gli Stati per salvare le banche e le istituzioni finanziarie si sono indebitati in modo inusitato, l’indebitamento privato di banche e istituzioni finanziarie è diventato indebitamento degli stati, dei debiti sovrani. Ci si rende conto che anche gli stati possono fallire e la parola “default” debutta come la parola più usata in questi anni. Il mondo della finanza, che ha ancora la dimensione enorme raggiunta negli anni passati, salvato dall’intervento degli stati, perde la fiducia in chi lo ha a suo tempo graziato, e chiede garanzie sulla capacità degli stati stessi di ripagare i loro debiti. Chi ha sottoscritto il debito pubblico di tutti gli stati, dalla  Grecia al Portogallo, dall’Irlanda alla Spagna, ed ora dall’Italia agli USA, (ma tra un po’ dalla Francia a tutto il mondo occidentale), detta ora le regole che questi stati devono osservare se vogliono rinnovare il loro debito. Gli Stati allora, sono costretti, in mancanza di una strategia di paese o di comunità, se non di concerto mondiale, a sottomettersi al diktat dei sottoscrittori del debito (fondi pensione, istituzioni finanziarie e non solo speculatori) ed in sostanza debbono azzerare lo stato sociale, la spesa pubblica e avviarsi ad una fase recessiva pesantissima.

         Il prossimo passo quindi sarà l’aumento della pressione fiscale, la diminuzione dello stato sociale e degli investimenti pubblici, lo spostamento di risorse dal consumo e dagli investimenti a copertura del debito pubblico. La prossima fase sarà quindi un generale arretramento nel reddito disponibile dei cittadini, in una seconda fase depressiva (il famoso “double dip”) che aumenterà povertà e disoccupazione. Il debito privato delle istituzioni finanziarie è diventato debito pubblico degli stati ed ora si trasforma in debito privato delle famiglie e delle imprese. La prossima fase sarà quindi l’inasprimento delle relazioni sociali specialmente se il peso dovrà essere sostenuto solo dai ceti medi e poveri qualora lo stato fosse incapace di colpire i redditi più alti. Non è quindi indifferente il modo in cui lo stato scaricherà il suo debito sui suoi cittadini; abbiamo visto che negli USA la lotta tra Obama e i Tea party: il primo che voleva aumentare le tasse ai più ricchi, i secondi che volevano tagliare il welfare state, è stata vinta in modo clamorosa dagli oppositori di Obama. In Italia la proposta di una patrimoniale, insieme a quella di ridurre i costi della politica, condivisa da un numero di economisti e forze sociali molto ampie, è assolutamente ignorata dal governo e dalle sue proposte. La prossima fase della crisi rischia quindi di trasferirsi in una tensione sociale (una ribellione diffusa) di cui i primi accenni si sono visti in Islanda e in Grecia. Gli scenari del capolavoro di Steinbeck “Furore” si riaffacciano sul nostro orizzonte.

         Ma non è finita lì. C’è un aspetto che sta diventando ogni giorno più grave. Parlo dei rapporti USA-Cina. Il recente downgrading del dollaro da parte di Standard and Poors ha riacceso la polemica delle autorità cinesi che hanno ammonito gli USA di tutelare e garantire gli assets detenuti dalla Cina, riproponendo con forza ciò che da anni stanno sottolineando ovvero la discussione sul ruolo del dollaro, e la necessità di rivedere l’assetto mondiale del sistema monetario, proponendo l’adozione di una moneta di conto (in sostituzione del dollaro) conforme alle proposte di J.M.Keynes e del suo “bancor”. Questa situazione incestuosa rappresentata dai rapporti dei due paesi, entrambi indispensabili l’uno per l’altro, ma incastrati in una situazione che si sta sempre più aggravando e, se non affrontata seriamente e responsabilmente, potrebbe portare anche a indesiderate conseguenze ( la crisi del ’29 finì con la seconda guerra mondiale).

           

         La conclusione cui arriviamo è che la crisi in cui ci troviamo immersi è una crisi del capitalismo finanziario, di quel capitalismo cioè che ha abbandonato l’idea che la ricchezza nasce e si genera unicamente dal lavoro, e ha pensato di impostare il sistema capitalismo gestendo l’ipostatizzazione della ricchezza, investendo cioè non sulla causa della ricchezza (cioè il lavoro) ma sulla sua rappresentazione simbolica (il denaro).  Ne è conseguita la ricerca, non della creazione della ricchezza, ma sullo spostamento della stessa tra gli attori economici. Poiché, come abbiamo detto, la finanza non crea ricchezza ma la sposta tra gli attori si è sviluppata un’economia definibile come “income by appropriation” ovvero “appropriazione di ricchezza non creata” ovvero esaltazione della rendita in tutte le sue forme. Non per nulla oggi si trovano a fianco, nella lotta al capitalismo finanziario, i ceti produttivi: imprenditori e sindacati. E’ in questo senso, vale a dire di auspicare un ritorno ai valori del lavoro, che ritengo che oggi nel mondo ci sia tanto “bisogno di socialismo”.

 

Come affrontare questa situazione

 

Crescita e sviluppo

 

         La crisi del capitalismo finanziario si associa, nel nostro paese, a contraddizioni presenti nel nostro sistema produttivo. Come ricordavamo più sopra, il nostro sistema bancario non ci ha costretto ad indebitarci per salvare le banche, ma ciò nonostante il nostro deficit è schizzato ed il nostro debito ha ripreso a salire preoccupantemente. Il nostro PIL è ormai decine di anni che non cresce, o comunque cresce alla metà della media europea. C’è un male oscuro nel nostro sistema produttivo che va curato come malattia specifica del nostro paese.

 Penso che la contraddizione di base consista nel non essere stati capaci di scegliere tra due opzioni fondamentali: o essere competitivi incrementando il contenuto tecnologico e innovativo dei nostri prodotti e servizi oppure essere competitivi puntando sul basso costo del lavoro (troppo spesso non disgiunto da evasione contributiva e fiscale). La prima opzione è quella che la Germania ha imboccato prepotentemente godendo dei vantaggi di un euro che le ha permesso di non rivalutare la sua moneta, ma investendo nel contempo in innovazione e tecnologia grazie anche ad un clima sociale favorito dalla Mitbestimmung. La seconda opzione è quella sostenuta dalla Lega: piccola impresa, riduzione dei costi del lavoro, dazi doganali, autarchia nordica.

         C’è un punto esemplare indicato dagli obiettivi firmati dalle parti sociali e presentati al governo. Al sesto punto, quello relativo al mondo del lavoro, si chiede “Crescita dimensionale e patrimonializzazione delle imprese”. Obiettivo che parte necessariamente dal fatto che se siamo, come siamo, maglia nera nella crescita della produttività, la causa principale sta nel nanismo delle nostre imprese (le medio grandi imprese in Europa registrano una presenza  percentuale doppia di quella italiana). Ecco allora la proposta di un disegno che, azzera l’imposizione sugli utili d’impresa reinvestiti, e destina il risparmio, così generato, a costituire un fondo, gestito da forme di partecipazione tra imprenditori e lavoro, per incrementare la produttività, detassandone i  premi di risultato.  Questo fronte serve a rafforzare la competitività del nostro sistema e a migliorare il PIL. Serve anche a reintrodurre il metodo concertativo e partecipativo nelle nostre relazioni industriali sconfessando la pratica governativa di negare la partecipazione e la concertazione , favorendo al contrario la ricerca di divisione ed emarginazione specie nei confronti della CGIL, ma proponendo anche un diverso modello all’autoritarismo alla Marchionne.

        

Equità sociale

 

         E’ indubbio che sacrifici dovranno essere fatti. La manovra finanziaria nata con 2/3 di tagli e 1/3 di nuove imposte, è arrivata all’approvazione invertendo le proporzioni tra tagli e imposte. Ma ciò che conta è l’esame di come i sacrifici si distribuiscono sulle varie classi sociali; l’attuale manovra, così deamicisianamente fatta passare dall’opposizione, grava potentemente sui ceti medio-poveri. Aver anticipato di un anno, dal 2014 al 2013 il pareggio di bilancio, utilizzando gli stessi strumenti aggrava la situazione. La manovra, si dirà, è già stata approvata, ciò di cui si parla e la tempistica e occorre deliberare su questa e non sul suo contenuto; sapendo che la tempistica ci è stata richiesta dall’Europa. Il classismo della manovra non farà altro che accelerare l’avvicinamento della fase successiva della crisi, cioè la fase del conflitto sociale. E’ per questa ragione che diventa ineludibile la necessità di una imposta patrimoniale e l’importanza di colpire le caste, gli sprechi, in primis quello dei costi della politica.

         L’imposta patrimoniale ha molti vantaggi: a) è calcolata sul patrimonio ma si paga con il reddito; ed i redditi colpiti incidono relativamente poco sui consumi; ergo non è un’imposta che incide sul mondo della produzione ed è scarsamente depressiva; b) viene destinata completamente a riduzione del debito pubblico; c) calma i ceti medio-poveri che vedono equamente ripartito l’onere fiscale; d) nel lungo termine (facendo diminuire gli interessi) cresce il reddito disponibile per i ceti con più alta propensione al consumo; e) decongestiona l’andamento della curva Gini portandoci su livelli più conformi alla media europea; f) soddisfa i sottoscrittori del nostro debito pubblico che riconoscono la volontà e la capacità di ripagare il debito, facendo diminuire le spinte ribassiste.

         Chi ci presta denaro (i sottoscrittori di debito pubblico) vogliono essere certi di essere ripagati a scadenza. La garanzia è data loro dall’aumento del PIL e, diciamolo brutalmente, dalla capacità dello stato di spremere dai suoi cittadini soldi sufficienti a ripagare il debito. Quando Berlusconi dice che il nostro paese, ha meno debiti privati di altri paesi, ed una grande ricchezza privata, sta dicendo ai nostri creditori, forse senza che il cav. se ne accorga, “badate che io ho dei cittadini ricchi che posso spennare per ripagarvi”. E i creditori rispondono “cosa aspetti a farlo?”; ma attenti anche i contribuenti tedeschi si chiedono perché mai dovrebbero tassarsi loro per salvare il debito italiano quando l’Italia non fa pagare la patrimoniale ai suoi cittadini più ricchi? Perché dovrebbero fare sacrifici loro anziché chi probabilmente ha goduto delle speculazioni finanziarie, sicuramente di quelle fondiarie?

         Quanto poi alla riduzione dei costi della politica è sotto gli occhi di tutti quanto questo argomento sia motivo di indignazione tra i cittadini e quanto alimenti l’antipolitica. Intervenire su questo fronte è vitale per la sopravvivenza della politica stessa, una ventata di pulizia e di aria nuova in questo mefitico ambiente fatto di corrotti, corruttori, papponi e puttane, inetti e fannulloni, nani e ballerine.

        

  Le chiacchiere stanno a zero

 

         Mi fermo qui ritenendo i due punti precedenti i provvedimenti principali da varare. Ritengo chiacchiere senza costrutto la proposta di doppia revisione costituzionale. Mi astengo dal pronunciarmi, in questa sede su liberalizzazioni e privatizzazioni, non sono pregiudizialmente né favorevole né contrario, se non si chiarisce come e perché esse saranno fatte. Sono decisamente favorevole alla sburocratizzazione ed alla semplificazione, con grosse riserve se penso all’impresa in un giorno solo, ai modelli intrastat, e a tutte le false semplificazioni a firma Tremonti.

 

Il nodo politico

 

         Sul punto come e chi debba proporre questo programma ritengo la proposta Casini la più attuabile ed intelligente. La riassumo. Dice Casini “ poiché l’emergenza richiede manovre impopolari che nessun partito da solo in vicinanza delle elezioni è in grado di proporre, solo un governo politico di unità nazionale può varare quelle manovre impopolari senza ripercussioni elettorali discriminanti”. Le manovre impopolari sono, a mio parere, l’imposta patrimoniale quella che fa venire l’orticaria a Stefano Fascina del Pd, quella che è usata dal centro destra per spaventare l’avvento della sinistra, ma è quella che è condivisa da una schiera sempre più ampia di economisti (Amato, Capaldo, CGIL recentemente Muchetti, Scalari etc.). Se dobbiamo varare una patrimoniale che sia una responsabilità che si prendono tutti ripartendo così le reazioni elettorali, che poi riguardano solo quelle dei ceti ricchi, ma che contano.

         Un governo politico di unità nazionale sarebbe una bocciatura evidente dell’attuale governo, dichiarandone l’incapacità e la dannosità. C’è però un punto che Casini non considera. Dal governo di unità nazionale si chiamerà sicuramente fuori la Lega certa di captare il voto dei colpiti e di soddisfare la pancia del suo elettorato. Un altro passo verso la secessione o verso la fine della Lega?

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