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1)L’accordo Mirafiori, sottoscritto da tutte le sigle sindacali con la rilevantissima eccezione della Fiom, rappresenta un momento cruciale della gravissima crisi che il movimento sindacale da tempo attraversa, essendo evidente che i contenuti posti dall'azienda al centro del confronto sanciscono, al di la' del merito delle scelte sindacali compiute da ciascuna organizzazione sindacale, una complessiva subalternita' dei lavoratori a scelte d'impresa per essi assolutamente condizionanti , la cui validita' aziendale è peraltro tutta da verificare, assolutamente sottratte a qualsiasi confronto preventivo con le loro rappresentanze sindacali.

La percentuale altissima di No espressi  dai lavoratori di Mirafiori, pur in presenza di condizioni di  forte condizionamento psicologico, rappresenta ,  ben al di la' del merito aziendale del giudizio negativo su un piano di riorganizzazione della produzione nell'impianto, un segnale di contrarieta' fortissimo al  progetto di riorganizzare, come prima risposta forte da destra alla crisi,  i sistemi  di governo delle dinamiche sociali .

Le compagne e i compagni della Sinistra Socialista che si sono ritrovati oggi a Sassuolo, dopo un ampio dibattito hanno approvato il seguente documento:

Convegno del 1° febbraio della Sinistra Socialista

Care compagne e cari compagni, mi spiace non potere essere oggi con voi.
Perdonatemi ma non si può essere dappertutto, anche se mi piacerebbe.


Interverrano nel dibattito i compagni:

 

Luigi Fasce (Fed. PS Genova)

Pierluigi Camagni (Fed PS Milano)

Pasquale Beneduce (Fed. PS Napoli)

Paolo Trovato (Fed. PS Padova)

Giuseppe Iacopini (Fed. PS Macerata)

Lorenzo Esposito (Fed. PS Pescara)

Carmen Centrone (Fed. PS Bari)

Matteo Saracino (Fed. PS Potenza)

Angelo Pedani (Fed. PS Livorno)

Flavio Merlo (Fed. PS Vicenza)

Francesco Gennaro (Fed. PS Rovigo)

Massimo Atti (Fed. PS Bologna)

Enrico Ricciuto (Fed. PS Napoli)

Michele Ferro (Fed. PS Roma)

Mario Francese (Fed. PS Caserta)

Annibale Carelli (Fed. PS Taranto)

Carmelo Giuseppe Nucera (Fed. PS Reggio Calabria)

La Locandina da scaricare

I SOCIALISTI per la costruzione            
della NUOVA FORZA DELLA SINISTRA

Convegno nazionale - Roma - 1° Febbraio 2010
Centro congressi Cavour via Cavour 50/a ore 16:00

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Un PROGETTO RIFORMATORE per confermare
l'IDENTITA' COSTITUZIONALE della DEMOCRAZIA Italiana


- RICOMPOSIZIONE delle TUTELE del LAVORO per Rinnovare il PATTO tra le GENERAZIONI.

- REDISTRIBUZIONE del REDDITO come criterio di VALORE del Modello economico.

- L'EQUITA' e L' EFFICENZA Fiscale , per il RIEQUILIBRIO Sociale e la GARANZIA dei servizi .

-DEMOCRAZIA Economica e PROGRAMMAZIONE degli indirizzi dello sviluppo , Strutture del nuovo SISTEMA PAESE.

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Ass. SOCIALISMOeSINISTRA - Ass. LABOUR "Riccardo Lombardi"
I SOCIALISTI e Le ASSOCIAZIONI SOCIALISTE firmatarie della dichiarazione del 20/12/2009 per la nuova forza della Sinistra


Scarica il volantino


Dunque i SOCIALISTI si rimettono in movimento, non più come singoli o dispersi in varie associazioni e aggregazioni politiche ma, finalmente, verso la costruzione di un nuovo partito della sinistra insieme ad altre formazioni politiche nate a loro volta dalla crisi che ha colto tutta la sinistra europea,  scuotendo in maniera più forte, per i  motivi che sappiamo, proprio la sinistra italiana;e poiché le capacità riunificatorie non sono mai state una specialità di noi  socialisti, il fatto stesso che oggi si possa assistere ad un episodio di convergenza, rappresenta di per se un evento.

Parliamo di episodio perché il Convegno sul Lavoro ed il nuovo Modello di sviluppo rappresenta solo il momento iniziale di un percorso che intende portare al Congresso fondativo  di SEL il contributo dei SOCIALISTI , con la loro cultura politica, ed un patrimonio di analisi e di valutazioni condivise, di apporti, di consensi e di partecipazioni che arricchiscano l’azione politica complessiva della nuova formazione politica.

Si tratta di un lavoro che dovrà proseguire e svilupparsi dentro  SEL,  con la piena coscienza che se possiamo giovarci tutti della crisi disastrosa del liberismo, siamo anche purtroppo immersi in una eredità che considerare pessima è dir poco; disastrosa sul piano internazionale ma non meno e con specificità negative, sul piano interno.

Dopo dieci anni  - tolti 17 mesi – di Berlusconi, Tremonti e soci, i problemi del nostro paese si sono dilatati, e non solo per il concorso della crisi internazionale.

Ricominciare dal tema del lavoro e della distribuzione del reddito  è non solo un evidente richiamo ai valori originari del socialismo ma una necessità che nasce da quella eredità negativa alla quale si è accennato.

Nel momento in cui si parla di “riforme” una scelta va fatta molto chiaramente per tagliare le tentazioni di ripercorrere le strade che hanno portato alla crisi internazionale, affermando con i fatti che non si torna indietro, come nonostante tutto, molti, anche in Italia, vorrebbero.

Questi fatti sono intanto la riforma del sistema delle retribuzioni, che devono uscire da una condizione di penalizzazione ufficiale attraverso il fiscal drag, degli ammortizzatori sociali con una valenza universalistica; della funzione del lavoro, sul piano della distribuzione  della ricchezza prodotta e della democrazia economica; della qualità del lavoro, attraverso gli strumenti della programmazione e delle riforme strutturali. Ed insieme e coerentemente, una riforma fiscale che ci tolga dai vertici delle classifiche dei paesi più ingiusti,  non essendo più tollerabile la convivenza tra  chi sia costretto a  vivere di elemosina e chi con i miliardi moltiplica i miliardi.

Essenziale per la Sinistra e la Democrazia Italiana è inoltre la individuazione di un processo rapido di ricomposizione delle tutele  dei lavori, ineludibile  come valore sociale assoluto ,ed indispensabile come mezzo per la riconferma del patto sociale tra le generazioni

Questa nota è solo un primo annuncio del  nostro disegno , che vogliamo diffondere perché il Convegno possa costituire una occasione di incontro e scelta per i tanti compagni Socialisti, iscritti e non iscritti al Ps, rimasti comprensibilmente  in “attesa”, disorientati dalle “evoluzioni” della segreteria del partito.

Una momento di elaborazione utile anche alla  costruzione di una mozione per il Congresso Socialista esplicitamente finalizzata alla realizzazione di questo nuovo processo Costituente.

Noi intendiamo segnalare un percorso e un obiettivo, ma sappiamo che per costruire il tutto ci vorrà lungimiranza, pazienza, intelligenza, passione, conoscenza, volontà.

C’è spazio per tutti i compagni ,di buona volonta’ e chiarezza nei valori, che vogliono costruire un futuro per il Socialismo Italiano.

 

Ass. SOCIALISMOESINISTRA                        Ass. LABOUR “Riccardo Lombardi”

Associazione @SINISTRA- Milano          Circolo G. Calogero e C. Capitini - Genova





Dichiarazione dei SOCIALISTI e delle ASSOCIAZIONI SOCIALISTE presenti all'assemblea di SEL

Premesso che :

- la scelta di abbandonare la costruzione del nuovo partito di SEL non trova alcun senso nella maggior parte   del mondo socialista;

- è sempre più evidente la necessità di costruire un soggettonuovo nei comportamenti e nell'organizzazione con una forte caratterizzazione, sul piano dei valori, degli ideali di uguaglianza, democrazia e laicità, che per noi del mondo socialista rappresenta il naturale approdo all'unico progetto di rinascita della sinistra che consideri il patrimonio di idee, di cultura e di programmi, della storia del socialismo italiano, elemento essenziale delle proprie ragioni costitutive, all'interno di un processo di ridefinizione dell'identità e degli obiettivi del socialismo europeo;

- tale soggetto politico deve rappresentare il superamento dell'anomali a della sinistra italiana, ma anche contribuire ad aggiornare la strategia del movimento socialista a fronte della grave crisi economica e sociale internazionale indotta dal liberismo, da un lato, e dall'altro, essere riferimento politico per un progetto ed un programma che sappia riaprire la speranza e la fiducia in una qualità dello sviluppo attenta ai diritti del lavoro, alla qualità sociale, alla difesa della natura, alla dimensione strutturale dei processi dii riforma, ad una crescita sociale culturale più ricca in quanto diversamente ricca.

Il mondo socialista disponibile a seguire il percorso originario di SEL, preso atto del superamento degli elementi che hanno imposto una storica divisione a sinistra e dell'interesse generale, a favorire la più ampia partecipazione al progetto costituente della maggior parte delle forze originarie, si impegna a costruire una nuova unità della sinistra attraverso la definizione di un percorso costituente aperto, così come si era concordato all'Assemblea di Bagnoli, articolato in fasi progressive definite con tempi e modi concordati e certi, al fine di consentire il ricongiungimento di un mondo socialista disperso e la piena maturazione di una scelta verso il progetto costituente di SEL.

Questo è il documento che abbiamo consegnato direttamente nelle mani di Vendola all'assemblea di Roma che trova il consenso delle persone presenti all'assemblea che allegheremo e sul quale è nostra intenzione aprire un confronto all'interno del partito a tutti i livelli chiedendo la convocazione immediata di un congresso straordinario, così come per altro già deciso nel Consiglio Nazionale di luglio.
Pensiamo che l'ultimo sondaggio che ci vede allo 0,3% debba essere l'ultimo campanello d'allarme per un gruppo dirigente che sta portando il partito nell'oblio.

La parola d'ordine quindi deve essere Congresso Subito!!!

Firmatari:

Sara Pasquali - delegata SEL di Roma

Marco Andreini - delegato SEL La Spezia

Franco Bartolomei - Segretario Ass.ne SocialismoeSinistra

Mauro Beschi - CGIL Nazionale

Pier Luigi Camagni - delegato SEL di Milano

Carmen Cetrone - delegata SEL di Bari

Sergio Ferrari - Segretario Ass.ne Labour

Michele Ferro - Comm.ne Nazionale SEL del documento politico

Anna Gariglio - delegata SEL di Genova

Anna Germoni - delegata SEL di Macerata

Flavio Merlo - delegato SEL di Vicenza

Carmelo Giuseppe Nucera - delegato SEL Reggio Emilia

Domenico Mecorgliano - delegato SEL di Alessandria

Angelo Pedani - delegato SEL di Livono

Renzo Penna - delegato SEL di Alessandria

Antonio Russo - delegato SEL di Trani

Matteo Saracino - delegato SEL di Potenza

Enrico Ricciuto - Napoli

Stefano Longo - Novara

Lorenzo Esposito - Pescara

Luigi Fasce - Genova

Giorgio Pesce - Presidente Ass.ne SocialismoeSinistra

Battistoni Alessandro - delegato SEL di Roma

Stefano Ferrari - delegato SEL di Roma

Gioacchino Assogna - delegato SEL di Roma

Anghelone Francesco - delegato SEL di Roma

Marco Zanier - redazione SocialismoeSinistra

Carlo Felici - redazione SocialismoeSinistra

Manrico Macilenti - redazione SocialismoeSinistra

Renato Gatti - redazione SocialismoeSinistra

Marco Mercanti - delegato SEL castelli romani 


Intervento di Franco Bartolomei all'assemblea nazionale di SEL





(intervento a braccio trascritto dalla registrazione di radio radicale)

Compagni, io sono un dirigente del Partito Socialista (applausi) che insieme ad altri compagni ha deciso di partecipare ai lavori di questa Assemblea, non fosse altro perché avendo ritenuto sin dall’inizio che questa fosse l’unica cosa seria che noi potessimo fare.
E cioè che potessimo fare noi socialisti, e che potessero fare i compagni che non hanno seguito il PDS entrando nel Partito Democratico, i compagni che sono usciti da Rifondazione Comunista, e i compagni della federazione dei Verdi che hanno deciso di superare la loro precedente esperienza politica. Non è che per una serie di motivi politici, di contrapposizioni, di dissapori, di ragioni, alcune fondate, altre strumentali, un fatto di questa rilevanza può essere abbandonato e lasciato a se stesso.

Quanto meno corre l’obbligo verso tutti i compagni che ci hanno creduto di verificarlo fino in fondo, e soprattutto di verificare fino in fondo se è un progetto che necessariamente deve prendere una piega differente da come era stato inizialmente concepito, oppure se è possibile che si sviluppi, pur con articolazioni diverse, nello stesso modo in cui era stato originariamente pensato.

I
o ho partecipato stamani ai lavori, ho ascoltato le relazioni, ho lavorato un po’ anche nella commissione nazionale del documento e sinceramente io sono di questa seconda idea.

Che a mio avviso Sinistra e Libertà anche nella concezione originaria, può essere un progetto che si può tranquillamente salvare rilanciare e salvaguardare.

Ritengo che voi correttamente abbiate scelto di riunirvi in forza politica organizzata, un fatto giusto, corretto, essendo tutti voi provenienti da situazioni di non strutturazione politica, e quindi avete dato una risposta ad una vostra esigenza politica. Le questioni grafiche mi interessano relativamente, mi interessa la sostanza politica e la sostanza politica che io constato mi lascia intendere che il progetto politico, così come era stato originariamente concepito, può essere salvato.

Perché?

Io ritengo, compagni, che esistano delle fortissime ragioni per la costituzione di questo esperimento politico. La prima ragione, compagni, e tutti gli intereventi prima di me ne hanno parlato, è la questione della crisi economica, dell’assetto neoliberista che ha caratterizzato il mondo negli ultimi venti, trent’anni.

E’ una crisi di tale livello e di tale sviluppo che mette in discussione tutte le certezze del mondo e dell’Europa in particolare e che scuote dalle fondamenta le certezze della grande forza politica europea e cioè della socialdemocrazia.

E’ la socialdemocrazia che, nonostante mantenga prestigio e capacità politica, vede scosso nel suo fondamento l’orizzonte in cui ha lavorato negli ultimi venti trenta anni, che è quello di un crescita continua delle nostre società.

Questo tipo di crisi mette in discussione l’idea della crescita e quindi pone all’ordine del giorno l’idea di un nuovo modello di sviluppo e di una modificazione dei meccanismi di creazione dei modelli della ricchezza.

Questo fa sì che i socialisti non possano far altro che rivedere in pieno la propria politica degli ultimi trenta anni, in particolare, la deriva moderata, che si è accresciuta negli ultimi 15-20 anni.

Questo discorso che io faccio per i socialisti a livello europeo, vale a maggior ragione per l’Ulivo in Italia, perché il centrosinistra in Italia non è poi un figlio sperso nel deserto, ma è di fatto divenuto un’articolazione italiana di una sinistra riformista e moderata di livello europeo con alcune contraddizioni.

E quindi questo discorso della crisi della socialdemocrazia e della difficoltà a concepire un discorso riformista, si interseca direttamente nel nostro Paese con la crisi di identità della sinistra e con le ragioni sostanziali della sconfitta dell’Ulivo e della sconfitta del centrosinistra.

E allora, compagni, è naturale che giungano ad incontrarsi le tre o quattro forze politiche che, bene o male, hanno sofferto questo tipo di sviluppo in questi 15 anni.

E sono nell’ordine: i socialisti che hanno deciso di rimanere a sinistra perché sono rimasti allibiti di fronte alla considerazione per cui la seconda repubblica, al di là della propaganda e al di là della cose dette al momento della sua nascita, è stato un involucro politico e istituzionale del neoliberismo all’italiana.

Che ha di fatto smantellato quello che era un apparato pubblico formidabile nell’ambito delle economie occidentali. Questa è la sostanza strutturale di questi quindici anni, in questo stanno le vere ragioni della crisi della sinistra, e le vere ragioni sostanziali del concreto successo di Berlusconi.

Faccio sempre una battuta: avreste mai potuto immaginare che Tremonti potesse fare queste invasioni di campo nella sinistra tentando di dare lezioni di politica sociale, se non ci fosse stata una consistente perdita di identità della sinistra italiana? Secondo me, assolutamente no.

A questo appuntamento giungono i compagni di Sinistra Democratica. I quali forse rappresentano più di tutti l’elemento di analisi critica dello sviluppo di questa seconda Repubblica, perché sono coloro che, dopo avere condiviso un tratto di cammino insieme al PDS, nel momento in cui il PDS porta alle estreme conseguenze la sua necessità di risolvere la sua capacità di scarsa aggregazione, approdando ad una formazione indistinta come il Partito Democratico, dicono no e danno vita ad una soluzione diversa, si richiamano addirittura al Socialismo europeo e avviano un processo nuovo.

A maggior ragione è giusto che all’appuntamento arrivino i compagni che superano l’esperienza comunista e cercano una nuova strada, nuove vie per impostare una politica di trasformazione profonda della nostra società. E quindi stesso discorso vale per i Verdi, i quali aggiungono all’elemento della critica ambientale anche quello della critica all’assetto economico strutturale.

Queste sono le ragioni di un appuntamento politico, che non nasce perché c’è necessità di superare un 3 o 4%, o per fare un cartello elettorale che sia. Sono le ragioni di una politica fondativa di una nuova prospettiva di sinistra nel nostro Paese, che supera le esperienze politiche che abbiamo conosciuto, e lancia un scommessa verso l’avvenire. Cari compagni, noi possiamo litigare, altri hanno litigato sulla Toscana, sulla grafica, su tante altre questioni, ma tutte queste questioni politiche rimangono esattamente sul tappeto nei termini precisi in cui le abbiamo lasciate.

E l’unica soluzione ad esse è necessariamente un’aggregazione sui programmi, una riflessione su una politica di riforme radicali, un recupero di identità della sinistra. Un recupero di credibilità e di rappresentatività. Non è possibile continuare ad accettare l’idea che in questo Paese la sinistra non può essere maggioritaria e che indispensabilmente deve avere bisogno di appoggi e di legittimazioni esterne.

In virtù delle quali si cercano alleanze paradossali, si accettano compromessi al ribasso, spesso molto inferiori a quelli accettati dalle grandi socialdemocrazie del centro e del nord Europa. E la responsabilità di questo risiede essenzialmente nel gruppo dirigente del Partito Democratico. Non ci sono alternative a questo. A maggior ragione dunque, è impensabile, per me e per tantissimi altri compagni socialisti, l’idea che la risoluzione storica del cammino del socialismo italiano possa finire per approdare all’interno del Partito Democratico.

Quindi, cari compagni, io finisco qui anche per un dovere di ospitalità, come corretto ospite verso di voi che mi ospitate, e vi auguro di proseguire nel percorso che avete avviato e soprattutto apprezzo, e questo è il punto politico cruciale, che voi abbiate congegnato il vostro percorso a tappe progressive. Per cui oggi voi non definite un cammino ed un programma in maniera complessiva. Giustamente avete gettato le fondamenta di un ragionamento politico e di un approfondimento politico, ma siete in attesa di un ulteriore appuntamento. E io penso, cari compagni, che con un po’ di tenacia e un po’ di pazienza, i Socialisti finiranno per esserci, grazie.

Franco Bartolomei


Verso il convegno sul lavoro
di Renato Costanzo Gatti

Forze produttive e rapporti di produzione


Scrive Marx ne “Per la critica dell’economia politica”:

Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali.

A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene.

A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società.”

Il grado di sviluppo delle forze produttive ha quindi generato nell’antichità il rapporto schiavistico, si è passati poi al servaggio della gleba e quindi ad un rapporto servile, per approdare con il capitalismo al libero rapporto salariale come quello più idoneo a garantire una produzione moderna.

Ma il modello capitalistico ha conosciuto varie fasi, la fase iniziale, il fordismo, il post-fordismo. E il rapporto di produzione basato sul lavoro salariato ha subito variazioni coerenti con lo sviluppo del modo di produzione. Si è passati da un salario di sussistenza ad un salario, nell’era fordista, legato alla produttività non più del singolo dipendente ma del gruppo di lavoro, della catena di montaggio proprio perché il modo di produzione fordista richiedeva un’organizzazione coerente con la organizzazione conseguente delle fasi di lavoro e quindi necessariamente rivolta verso un gruppo di lavoratori che lavorano interdipendentemente, nel senso che il secondo dipende dal primo e così via.

La catena di montaggio può essere vista come una lisca di pesce, dove nella colonna centrale il prodotto prende forma alimentata da destra e da sinistra da sottolavorazioni che producono la singola componente da assemblare. Il tutto va puntigliosamente programmato e temporizzato. Si instaurano i “tempi e metodi”, si parcellizzano le singole funzioni, si cronometrano i tempi. Si agisce nel micro ma tutto poi va riorganizzato nel macro; tutta la catene funziona come un orologio; il ritardo di uno causa ritardi a tutti quelli a valle e ingorghi a monte. Si opera all’eliminazione dei bottle-necks. Il tutto deve essere regolamentato da un contratto di lavoro che vincoli e regolamenti tutti i dipendenti.

Rivoluzione informatica e globalizzazione

Negli ultimi decenni si è assistito a) allo smantellamento del modello fordista con l’adozione di un modo di produzione  basato sul decentramento produttivo, b) ad una conversione da produzione di beni e di merci ad una produzione di servizi, c) ad una rivoluzione informatica e telematica di tutto l’assetto produttivo, sia di beni e merci che di servizi.

Si è venuto a creare una dissoluzione della necessaria comunanza di operatività presente nella catena di montaggio; nelle imprese si lavora per “isole”, le fasi lavorative vengono divise e subappaltate, la globalizzazione distribuisce le fasi della produzione, in particolare quella di beni immateriali, in tutti i paesi del mondo. Le prestazioni di lavoro in outsourcing si diffondono a macchia d’olio: la contabilità aziendale viene svolta in India; il software viene sviluppato in Serbia; le progettazioni sono sviluppate nei paesi dell’est. Il tutto tramite una telematica che permette, davanti al monitor, di lavorare indifferentemente con il collega nell’altra stanza o con quello a 10.000 kilometri di distanza.

La dissoluzione della solidarietà fisica della catena di montaggio rende meno necessaria una contrattazione con gruppi, associazioni di lavoratori tendendo al rapporto individuale autonomo tra impresa e singolo lavoratore.

Non è a caso, ma proprio come conseguenza di quanto analizzato da Marx, che negli ultimi decenni    le forze produttive materiali della società siano entrate  in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti: il contratto di lavoro a tempo indeterminato lascia il posto ai rapporti di lavoro cosiddetti “precari” co.co.co, co.co.pro, collaboratori minimi, interinali e tutte quelle figure inventate prima da Treu e poi dalla cosiddetta legge Biagi.

Ma soprattutto  è esplosa la proliferazione delle partite iva. Il freno pensato da Visco Bersani, che sottoponeva ad un vaglio critico l’apertura della partita iva è stata immediatamente cancellata dal governo Berlusconi, proprio per lasciare libertà assoluta ad una nuova configurazione di rapporto lavorativo.

Schiavi, servi, salariati e partite iva.

Se raffrontiamo le figure dello schiavo, del servo e del lavoratore salariato, secondo D.Fusaro (Bentornato Marx pag. 170 ed. Bompiani) “Le prime due forme di lavoro forzato diretto non rendono possibile una produzione allargata e finalizzata all’accrescimento illimitato della ricchezza, soprattutto per il fatto che il servo e, soprattutto lo schiavo, non hanno alcun interesse ad essere produttivi, in quanto ricevono il loro sostentamento a prescindere dal lavoro svolto. Il lavoro del libero operaio moderno è invece assai più produttivo perché da esso dipende l’esistenza dell’operaio stesso, che proprio perché non è stato acquistato dal suo padrone può in qualsiasi momento essere lasciato a casa: se perde quel lavoro perde se stesso… proprio perché non è stato acquistato una volta per tutte, può essere lasciato a casa non appena il suo lavoro non risulti sufficientemente produttivo”.

Venuto a cessare il vincolo fisico della catena di montaggio, parcellizzate le fasi produttive, ma soprattutto reso immateriale il lavoro nella produzione di servizi che oggi rappresentano il 70% del PIL, è venuto a mancare per le forze produttive il vincolo della contrattazione collettiva. Il rapporto con il singolo lavoratore risulta più flessibile e più agevole.

Sembra perciò che la considerazione per la quale il lavoro salariato fosse l’ultima e più sofisticata modalità di sfruttamento da parte del capitale del lavoro altrui sia stata superata da una nuova forma di sfruttamento, formalmente ancora più libera del rapporto salariale, costituito dalla libera contrattazione tra imprenditori, fra partite iva.

Il modo di produzione ha abbandonato la propensione a produrre per il magazzino che è diventato un divoratore di liquidità tale per cui è necessario ridurlo al minimo. Si è abbandonato quindi il sistema PPIC (production planning and inventory control) secondo cui il magazzino era mediamente pari al security stock (consumo medio moltiplicato per la somma del review time e del reorder time) più un mezzo dell’economic order quantità.Si è adottato il sistema giapponese del just in time che permette di abbattere i livelli delle scorte.

Analogamente si tende a superare il contratto di lavoro a tempo indeterminato comperando la merce-lavoro da altri imprenditori, il popolo delle partite iva. E questa merce-lavoro può essere acquistata nell’esatta misura e quantità che serve, senza le rigidità del lavoro a tempo indeterminato; il rapporto commerciale tra partite iva può essere interrotto in qualsiasi momento e non si parla neppur lontanamente di tredicesima, quattordicesima, ferie, t.f.r., contributi e irap.

La previsione marxiana che il lavoro salariato fosse l’ultima fase e la più sofisticata per lo sfruttamento del lavoro dei sudditi, pare sconfessata da quest’ultima forma di rapporto tra imprenditori; da una parte l’imprenditore che acquista merce lavoro, dall’altra parte il lavoratore che si fa imprenditore di sé stesso per vendere il proprio lavoro.

Sono proprio i detentori del “lavoro cognitivo” i rifkiniani “manipolatori di simboli” i lavoratori più specializzati nell’informatica e nella telematica e comunque nella produzione di servizi tecnologici qualificati ad essere assunti come partite iva, ad essere i rappresentanti di questo nuovo rapporto di lavoro, richiesto dallo sviluppo delle forze produttive e che sta superando il contratto di lavoro collettivo ed erga omnes.

Struttura e sovrastruttura

Ancora Marx ci ricorda che “l’insieme dei rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale.”

La sovrastruttura giuridica al lavoro post-fordista si chiama legge Biagi.

Quando la legge fu approvata, ritenni che, pragmaticamente, fosse necessario rispondere positivamente alla domanda di lavoro flessibile e quindi fui concorde con tutte le nuove forme di rapporto di lavoro sostenendo però che:

a)      visto che a parità di prestazioni il lavoro precario procurava al capitale vantaggi enormi (mobilità e carico contributivo) il lavoro precario dovesse costare molto di più del lavoro a tempo indeterminato;

b)      fosse assolutamente necessario un sistema di welfare universale per rendere percorribile la gestione del lavoro flessibile.

Dopo pochi anni di operatività di quella legge devo confessare di essermi sbagliato: quella legge è ingiustificabile. Da un lato il lavoro precario non serve tanto alla flessibilità quanto a procurarsi lavoro a basso prezzo, dall’altro solo il disastro della crisi che stiamo attraversando ha costretto il governo a correre ai ripari raffazzonando un sistema di tutela “in deroga” assolutamente insufficiente ad un accettabile clima sociale.

Soprattutto il danno più grave è rappresentato dal fatto che il rapporto di lavoro ha perso la contrattazione tra datori di lavoro e forze organizzate del lavoro, ma si è individualizzato, si è trasformato in una compravendita tra due operatori singoli, con un rapporto di forza talmente asimmetrico da rendere le masse di partite iva i nuovi schiavi del nuovo modo di produzione.

La sovrastruttura culturale al lavoro post-fordista consiste in una frase usata dall’imprenditore che compera lavoro e che inorgoglisce il lavoratore che lo vorrebbe vendere. “DIVENTA IMPRENDITORE DI TE STESSO”.  La forma determinata della coscienza sociale consiste nello svilire la figura del lavoratore a tempo indeterminato: fannullone, assistito, protetto, deresponsabilizzato, parassita; ed opporgli l’immagine mistificata di un professionista che si responsabilizza, si fa carico delle sue potenzialità, si rivolge a più utenti dei suoi servizi.

E’ un messaggio che evoca la valorialità del merito, dello spirito calvinista del capitalismo, del successo come indizio della benevolenza di Dio. Ma è un messaggio mistificante, che ignora che per parlare di merito occorre preliminarmente parlare di “eguaglianza dei punti di partenza” come insistentemente ci ricorda l’insegnamento di Luigi Einaudi. Ma è mistificante perché ideologizza un aspetto pur positivo, l’assunzione di responsabilità, nascondendo il fatto concreto che consiste invece nell’alleggerire gli oneri di impresa sostituendo costi variabili a costi fissi.

L’individualismo opposto alla gestione collettiva dei problemi, la spaccatura del fronte sindacale sfarinando l’antica solidarietà di classe hanno portato ad una situazione insostenibile del mercato del lavoro, situazione che occorre affrontare con consapevolezza e coraggio innovativo.

I temi in discussione

Ritengo che il convegno sul lavoro che stiamo organizzando debba affrontare fondamentalmente tre temi: a) gli sviluppi del modo di produzione capitalistico ed il contratto unico; b) il collegamento produttività salario; c) innovazioni di stampo socialista nel mercato del lavoro.

Gli sviluppi del modo di produzione capitalistico ed il contratto unico

Marx ci ha insegnato che i rapporti produttivi sono determinati dallo sviluppo delle forze produttive. Se quindi la tendenza del mercato del lavoro imposta dal nuovo modo di produzione tende a superare il contratto di lavoro a tempo determinato per approdare ad un commercio della merce-lavoro tra partite iva tra imprenditori antichi e lavoratori che si fanno imprenditori di se stessi, dobbiamo prendere atto che questa è la legge non solo del capitalismo ma una legge storica per cui la storia è storia della lotta di classe.

Non basta quindi, a mo’ di esempio, demonizzare la legge Biagi, sarebbe una “voice” senza “exit”; dobbiamo poter modificare sul piano della lotta di classe i rapporti che si stanno estendendo.

La quota di lavoratori temporanei sul totale del lavoro dipendente è ulteriormente aumentata nell’ultimo anno, portandosi al 13,4%. Per le donne l’incremento è stato quasi di un punto e mezzo: oggi una donna occupata su sei ha un contratto a tempo determinato. Molte altre donne gonfiano le fila del lavoro parasubordinato. I lavoratori duali si avviano a superare la soglia dei 4 milioni. Sono la maggioranza tra i più giovani. Per non parlare delle partite iva. Nel mio ufficio arrivano ragazzine sprovvedute che chiedono di aprire la partita iva (di diventare imprenditrice di se stessa) perché solo con la partita iva il datore di lavoro le offre un compenso di 800€: per quanto tempo? Per il tempo che pare al padrone; le tasse se le paghi colui che si è fatto imprenditore di sé stesso, la sanità idem, tredicesima e quattordicesima, neppure se ne discute, le ferie, beh vediamo.

Trasportare in massa le partite IVA dal PdL e dalla Lega alla sinistra deve essere un impresa politica possibile.

Tra le proposte tese a porre un fine a questo sfarinamento delle forme di lavoro parasubordinato c’è la proposta di Tito Boeri di contratto unico con tutele crescenti nel tempo, che si rifà al francese Contrat Nouvelles Embauches (Cne).

In sintesi: i lavoratori vengono assunti con un contratto a tempo indeterminato che si sviluppa su tre fasi: la prova, l’inserimento e la stabilità. Il periodo di prova è di sei mesi alla fine dei quali il lavoratore può essere confermato o meno. Se confermato inizia la fase di inserimento che va dal settimo mese al terzo anno dopo l’assunzione. Durante questa fase in caso di licenziamento scatta la protezione indennitaria (da due a sei mesi di salario) in caso di licenziamento economico non possibile nel caso di licenziamento discriminatorio. Al termine del terzo anno la garanzia reale si estende anche ai licenziamenti economici senza giusta causa.

Secondo questo progetto, che prevede il salario minimo orario che vale per ogni tipo di prestazione garantendo tra l’altro lo stesso livello di contributi previdenziali se non maggiori (per finanziare il fondo contro la disoccupazione) per chi assume a tempo determinato.

Il punto debole è che sarebbe possibile assumere con contratti a tempo determinato e a progetto (anche se economicamente più gravoso) con il solo vantaggio che in caso di passaggio da tempo determinato e co.co.pro a tempo indeterminato il contratto salterà le prime due fasi (prova e inserimento) e partirà dalla fase di stabilità.

Questa è una proposta concreta e migliorabile, su questa proposta ritengo che il forum prima ed il convegno poi possa concentrare la sua attenzione.

Il collegamento produttività salario

Un secondo argomento da affrontare è quello del collegamento dei salari con l’aumento della produttività.

Aumentare i salari più della produttività comporta il sorgere di tensioni inflazionistiche se non si ha la forza di fare in modo che l’aumento dei salari oltre quella quota diventi un meccanismo di redistribuzione della ricchezza.

E’ questa la tesi di Giorgio Cremaschi. Poiché dopo il protocollo del 1993, quello che a fronte di moderazione salariale impegnava la parte datoriale ad incrementare la produttività e l’ammodernamento delle imprese, si è registrato un arresto totale del livello dei salari e i maggiori utili invece di reinvestirsi in produttività (ma sarebbe stata necessaria la reintroduzione della DIT di Visco) ha spesso preso la strada dell’investimento in strumenti finanziari.

Il “fallimento politico” del protocollo, come lo ha definito il CNEL, ha incanalato i benefici della maggior produttività nei profitti che per parte loro non hanno mantenuto l’impegno a reinvestirsi in ammodernamento tecnologico. Insomma aver affidato alla volpe la guardia del pollaio si è dimostrato una scelta ingenua. Punti di PIL sono stati spostati dai salari ai profitti, ed è tempo di recuperare parte del maltolto. Collegare l’incremento del livello dei salari all’aumento della produttività  “riprende – secondo Cremaschi – sostanzialmente la vecchia legge bronzea dei salari, caposaldo di ogni impostazione liberista”.

Il punto sollevato da Cremaschi è degno di considerazione, ma va affrontato sulla base dei puri rapporti di forza, ed in questo momento lo scontro potrebbe essere negativo.

Con più coerenza potremmo intervenire sulla meccanismo di collegamento dei salari alla produttività con la consapevolezza che con questa proposta la parte datoriale vuole scaricare sul mondo del lavoro le sue contraddizioni e le sue incapacità.

In sintesi il discorso è questo: se la produttività aumenta aumentano proporzionalmente i salari, se la produttività non aumenta “non rompete i coglioni”.

Il vero concreto punto è chi determina l’aumento o meno della produttività. Se la produttività è determinata dagli investimenti produttivi, dalla capacità innovativa di processo, dall’organizzazione del lavoro; se tutte questi strumenti che determinano o meno l’aumento della produttività sono nella sola disponibilità del datore di lavoro allora il salario dei lavoratori è assolutamente subordinato alle scelte padronali, alle politiche padronali, alle capacità padronali, alla volontà padronale. Sarebbe una forma di alienazione inaccettabile. La vita di un uomo lavoratore sarebbe condizionata dalla capacità (o meno) e dalla volontà di un uomo che si appropria del destino altrui.

Ancor più inaccettabile se il livello salariale fosse legato ai risultati aziendali, vale a dire non solo al valore della produzione ma al risultato netto che scaricherebbe sui lavoratori scelte completamente estranee al rapporto di lavoro e politiche di bilancio assolutamente inaccessibili da chi da quelle vede dipendere la sua vita quotidiana. Al limite il mondo del lavoro dovrebbe entrare nel CdA dell’impresa, ma il discorso, che comunque si può fare, diventerebbe ancor più complicato.

Il collegamento produttività-salari non è assolutamente un fatto tecnico neutrale; attenzione alla ideologizzazione liberista; è un fatto politico puro, una fase inedita della lotta di classe.

Questo è tuttavia un argomento che val la pena approfondire e affrontare.

Innovazioni di stampo socialista nel mercato del lavoro

Terzo argomento di cui dovremmo parlare è quello di proporre innovazioni di stampo socialista nel mercato del lavoro.

Ad esempio, con riferimento al collegamento produttività-salari, feci a suo tempo questa proposta:

a)      si detassano gli utili reinvestiti;

b)      un importo pari alle imposte risparmiate vengono destinate ad un fondo aziendale finalizzato all’innovazione e alla produttività;

c)      detto fondo viene gestito da un consiglio di lavoratori e azienda per investimenti, innovazioni di prodotto e di processo, per sperimentazioni di organizzazione del lavoro

d)      i risultati  della nuova produttività creata va ad incremento del livello salariale.

Una seconda proposta potrebbe essere una rivisitazione del vecchio strumento cooperativistico, una istituzione riconosciuta dalla costituzione italiana che ha costituito la nascita del movimento operaio e che potrebbe rinverdire un nuovo modo di produzione non capitalistico.

Ancora potremmo pensare come tradurre in pratica i suggerimenti di Gallino sull’uso dei fondi dei lavoratori affluiti ai fondi comuni così come ricordavo nel mio articolo La finanza di sinistra.

Quello cui stiamo pensando sono le “invenzioni” tipo quelle fatte da Rudolf Meidner  (Capitale senza padroni) in Svezia; “Agathotopia” di James Meade, ma anche la “Tennessee valley authority” di F.D.Roosvelt, il “Piano del lavoro” di G.Di Vittorio.

Non ci arrendiamo all’eternità del capitalismo, testardamente come Sisifo risaliamo per l’ennesima volta sulla collina da cui è rotolato a valle il  masso che con fatica avevamo portato in vetta.

Forse sarà una fatica inutilmente stoica, ma Albert Camus pensava che, in fondo in fondo, Sisifo fosse moderatamente felice.

Viviamo una fase storica in cui la parola "Riformismo" viene impropriamente abusata da tutto il sistema politico "ufficiale", ben fuori dal suo significato originale strettamente connesso alla storia del movimento operaio , come la moderna qualificazione concettuale di una complessiva pratica di gestione del potere sociale, politico ed economico, finalizzata ad aggiornare e modernizzare le forme istituzionali e gli Istituti normativi per favorirne l’adattamento alle esigenze dello sviluppo del mercato e dell’impresa.

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