Inizieremo questa serie di considerazioni cercando di definire il concetto di prassi
e di ortoprassi, nell’ambito di una dinamica dell’agire relazionato.
Il filosofo argentino Enrique Dussel ci dà la seguente definizione: “con prassi e
pratico si intende l’atto umano orientato verso l’altra persona; l’atto verso un’altra
persona e la relazione che lega una persona all’altra” E continua: “Prima di tutto
prassi è un ATTO che compie una persona, un essere umano, il quale, però, si
dirige ad un’altra persona o direttamente (una stretta di mano, un bacio, un
dialogo frontale, una botta) o indirettamente (per mezzo di qualcosa, per esempio
quando si spartisce un pezzo di pane [o condivide aggiungo io l’uso di un mezzo
informatico])…In secondo luogo prassi è la RELAZIONE stessa che intercorre tra
due o più persone.”


Da ciò si evince che ogni agire è diretto a modificare la condizione originaria, lo
status di un qualsiasi soggetto, portandolo ad interagire con un altro soggetto,
stabilendo così una relazione tra soggetti diversi ma complementari.
Abbiamo inoltre rilevato la necessità di stabilire una ortoprassi, affinché la
modalità di relazione sia orientata da una “giusta” condizione in cui i soggetti
devono trovarsi, per poter interagire. Tale status originario non può che essere
quello in cui tutti i soggetti che interagiscono, conservano necessariamente la loro
identità di “soggetti” e non diventano a causa dell’uno o dell’altro, “oggetti”,
strumenti, mezzi per realizzare determinate finalità.
La realtà in cui viviamo ci pone di fronte all’esistenza di soggetti forti e deboli, e
purtroppo, la prassi che si attua attraverso la loro relazione, è tale che il soggetto
debole risulta fin troppo spesso oggetto, perdendo così la sua identità e dignità di
essere esistente.
Si instaura così una “cacoprassi” che è il contrario della “ortoprassi” cioè una
prassi strumentale che nega la prossimia: il riconoscimento dell’altro nella sua
piena identità, specificità e concretezza.
Scrive ancora Dussel, riprendendo Kant, che la prassi consiste “nell’attuazione
della prossimità, dell’esperienza dell’essere prossimo per il prossimo, di porre
l’altro come persona, come fine della mia azione e non come mezzo”.
Ricordiamo che la radice etimologica di rispetto, proviene dal latino respicio:
conosco, apprendo, questo ci porta a concludere che nel rispetto che si determina
attraverso l’ortoprassi, entrambi i soggetti interagenti, si arricchiscono mediante
una reciproca scoperta delle loro identità che racchiudono potenzialità infinite. Al
contrario, nella cacoprassi si verifica un impoverimento reciproco, sia da parte del
soggetto che, volendo conservare la sua identità a danno dell’altro, resta
prigioniero del proprio essere se stesso, sia a causa di quel soggetto che, essendo
ridotto ad oggetto, risulta privato della sua capacità di essere interattivo, non
potendo reagire con pari dignità e libertà agli stimoli che gli vengono offerti.
In tal caso, l’uno è impossibilitato a ricevere, l’altro a dare.
Le condizioni dell’ortoprassi sono dunque quelle in cui dare e avere sono
subordinati all’essere interattivo di ciascun soggetto e non viceversa. In tal senso,
il rispetto infinito dell’uno per l’altro è condizione della conoscenza infinita,
inesauribile che si attua nella reciprocità, in una ortoprassi che è arricchimento
reciproco senza che l’alterità risulti un limite. I limiti che continuano ad esserci,
persistendo e ostacolando l’ortoprassi, possono essere dovuti alle condizioni
storiche, economiche, politiche, naturali, in cui ogni soggetto viene a trovarsi fin
dalla nascita. Ma l’ortoprassi è, per questo, una grande opportunità che chiede ai
soggetti responsabili un impegno concreto ed efficace per superare questi
ostacoli, lottando insieme in competizione non gli uni con gi altri, ma con le
condizioni umane concrete che hanno determinato, nel corso della storia, tali
limiti.
Questa lotta o meglio, questo impegno, è anche, come abbiamo visto in
precedenza, una responsabilità che l’individuo ha con se stesso per superare
tutte quelle tendenze insite nella sua natura autoconserativa che lo portano a
cercare un soddisfacimento immediato di sé invece che ad una piena
realizzazione di sé.
Come sappiamo, nessun individuo può esistere solo per se stesso e quando crede
ciò, comincia ad illudersi e a soffrire. “Nessun uomo è un isola” scriveva John
Donne e potremmo aggiungere che nessun essere, animato o inanimato che sia,
esiste solo per se stesso. Siamo tutti parte di un grande mosaico che include
donne, uomini, vecchi, bambini, piante, animali, sassi, oceani e stelle. Ogni
tessera di questo mosaico o puzzle, è necessaria esattamente come tutte le altre
per l’esistenza dell’insieme, tanto che nessuna di esse sparisce mai, ma solo si
trasforma: “mutando riposa” come scriveva in un suo famoso frammento Eraclito.
Cambiando il suo status, continua ad “essere”, materialmente e spiritualmente
nel contempo. Gli uomini e le donne muoiono come tutti gli altri esseri viventi,
ma i loro elementi costitutivi ed il loro pensiero, continuano a vivere. Solo
l’identità individuale, alla quale siamo tanto attaccati e che ci provoca anche
molto dolore, si dissolve, perché essa è tanto necessaria quanto transitoria: è
transitoria in quanto plasmata da elementi costitutivi esauribili, come la singola
vita biologica soggetta a deperimento condizionato anche da fattori accidentali.
Ma è anche necessaria, perché ogni essere vivente si manifesta mediante
peculiarità irripetibili ed indispensabili alla sua vita e a quella degli altri esseri
viventi, senza i quali non nascerebbe né esisterebbe e dunque, nemmeno
morirebbe.
Solo gli esseri umani possono avere la piena consapevolezza di questa
transitorietà e necessità della loro vita e del loro destino, ma sovente esaltano solo
una di queste componenti ed entrano in una dimensione illusoria, frustrante,
aggressiva ed in definitiva, autolesionistica. E’ così che sorge anche il pensiero
illusorio di possedere un’anima individuale destinata a sopravvivere eternamente
ad una materia corporea deperibile, che le sarebbe altrettanto illusoriamente,
separata. Oppure si fa strada la convinzione nichilista che tutta la nostra vita si
esaurisca in una uscita ed in un ritorno inevitabile nel nulla e che, per questo,
tutto ciò che esiste, in quanto tale, sia necessariamente nulla.
Superando queste forme di illusione, che ancora permeano in gran parte la
società occidentale, e che costituiscono le sabbie mobili in cui essa sembra
sprofondare, possiamo finalmente raggiungere un più alto livello di
consapevolezza, scoprendo che la transitorietà del nostro essere individuale deve
poter garantire la possibilità che altri esseri si manifestino, e che la necessità del
nostro esistere può arricchire di straordinarie potenzialità tutto ciò che è
apertamente relazionato con noi.
Affermiamo di conseguenza, che una ortoprassi responsabile ci porta a darci delle
risposte che, motivate dal nostro esistere necessario ma impermanente, fondano
una etica di relazione comunitaria, in quanto fatta di rapporti fra esseri umani
che conservano e arricchiscono la loro identità di soggetti responsabili, mediante
una condizione di prossimia.
Questa ultima, inoltre, non si esaurisce soltanto alle relazioni fra esseri umani,
ma può e deve includere un migliore rapporto con la natura ed il cosmo,
considerati come soggetti interattivi e conoscibili, costantemente correlati con
ogni tipo di prassi umana.
Ora cercheremo di analizzare almeno tre ambiti fondamentali per la realizzazione
di una ortoprassi di relazione responsabile: quello famigliare, quello socioeconomico
e quello cosmico-ecologico, consapevoli che tanti altri se ne potrebbero
individuare per dovere di completezza.
Saranno gli altri capitoli di questo mio piccolo excursus
1Ortoprassi famigliare
L’evoluzione biologica dell’essere umano e la sua crescita fisica sono tali da
renderlo, contrariamente agli altri animali, lungamente dipendente da chi lo ha
generato. Diventa così fondamentale per lo sviluppo e la piena maturazione di un
individuo, il contesto famigliare di origine in cui egli è destinato a vivere almeno
un quarto, oggi, in taluni casi, circa un terzo della sua esistenza. In tale ambito è
portato ad apprendere le modalità mediante le quali potrà relazionarsi in
situazioni più complesse ed in contesti più ampi.
E’ perciò fondamentale che ogni individuo possa trovare nella sua famiglia un
propellente adeguato, che lo possa lanciare anche verso spazi e contesti a lui
sconosciuti o imprevisti.
Oggi la famiglia sta subendo ovunque una crisi dolorosa di trasformazione che è
tale, in molti casi, da metterne seriamente in dubbio la sua ragion d’essere.
Nelle società occidentali, si è passati nel secolo scorso, da un modello patriarcale
ad uno nucleare, determinato dalla coabitazione, per altro non permanente, di
due, tre, quattro e in altri casi sempre più sporadici, di più persone.
Ciò ha causato un aumento dei consumi, dovuto ad un più elevato livello di
benessere, ed ha fatto sì che il soddisfacimento della necessità dei singoli fosse
privilegiato rispetto alla crescita del nucleo familiare.
A ciò ha contribuito anche il progressivo mutare del ruolo della donna, sempre
meno soggetta culturalmente a condizionamenti tali da vincolarla a determinate
specifiche mansioni nella gestione degli affari domestici. In varie circostanze però,
determinate condizioni materiali, oggi, la portano non di rado, ad un doppio
lavoro: per la casa e per il mantenimento delle risorse economiche della famiglia,
spesso ciò risulta fonte di conflitti e nevrosi tali da non incoraggiarla ad allargare
il nucleo della famiglia, e la porta ad essere sempre più cosciente di poter
scegliere e non dover più subire alcuna gravidanza.
In alcuni casi la burocrazia di alcuni stati riconosce l’esistenza di un nucleo
famigliare anche in presenza di una sola persona “single”, è chiaro però che,
anche se un’unica persona autonoma ed autosufficiente (e non è detto che lo sia)
può costituire potenzialmente un nucleo famigliare, tale habitat esiste
concretamente solo quando la sua realtà si traduce in una prassi di relazione.
Quest’ultima è tale solo in presenza di almeno due soggetti interattivi.
Il primo livello col quale si passa da una prassi ad una ortoprassi famigliare è
quello dato dalla determinazione dei soggetti interattivi a vivere insieme
continuativamente; senza questa intenzionalità e tale impegno di condivisione
non necessariamente pubblico o codificato, ma in ogni caso, manifesto ad
entrambi come vincolante rispetto ad una scelta consapevole e responsabile,
siamo in presenza di una cacoprassi, cioè di un incontro occasionale che può
perdurare nel tempo così come risolversi in ogni momento, a seconda dell’utilità
di ciascuno e dunque, abbiamo una tendenza da parte di un soggetto a
riconoscere l’altro non come soggetto liberamente imprevedibile con cui cercare e
scoprire la relazione, ma a identificarlo come oggetto di convenienza.
Nell’ortoprassi famigliare non basta la scelta iniziale di riconoscersi in un
rapporto durevole interattivo, magari celebrata in un contesto pubblico e con dei
testimoni. Anzi paradossalmente, tale vincolo può costituire l’elemento fondante
di una cacoprassi quando la difficoltà di rimettere in discussione il rapporto,
rinnovando la possibilità di riconoscersi al suo interno come soggetti interattivi, è
rappresentata proprio dal riferimento normativo al vincolo pubblico e ai doveri
che esso comporta, come ogni norma generale, sempre in astratto.
Il valore dell’ortopassi familiare si stabilisce ogni giorno, non dando mai nulla per
scontato, superando la necessità che il vincolo sia dovuto a rapporti di forza o di
dipendenza materiale o psicologica, per rinnovare una scelta, vicendevolmente,
con la stessa opportunità di scoprirsi soggetti liberi interattivi.
Ciò implica il riconoscimento della necessità comune, prima ancora che della
libertà del singolo, proprio perché si ritiene quest’ultima basata sulla possibilità
della partecipazione piuttosto che sulla eventualità dell’autoaffermazione.
La volontà condivisa di arricchire il rapporto e renderlo durevole, coincide dunque
con il riconoscersi come soggetti partecipanti ad un progetto comune, per questo
le direzioni e le conseguenze di un rapporto sono tanto più gratificanti quanto più
vengono realizzate e soddisfatte le aspirazioni di coloro che volta per volta lo
fondano. Tenendo però conto che l’aspirazione partecipativa fondante l’ortoprassi
familiare è sempre prevalente rispetto a quella del singolo individuo preso in se
stesso, anzi lo stesso individuo dovrebbe riconosce a tal scopo, la sua
inconsistenza intrinseca, quella cioè che deriva dal suo considerarsi isolato
nell’isolamento della sua singola aspirazione.
E’ a tutti noto come il piacere e il dolore non siano mai valori in se stessi ma
come da una consapevole visione del piacere o del dolore e dall’attribuire loro
significato, in base alle conseguenze che provocano, scaturisca necessariamente il
loro senso, e questo non può che valere anche in ambito famigliare, anzi vale di
più, poiché in tale contesto le conseguenze si possono manifestare con maggiore
intensità ed immediatezza.
Non c’è nulla al di fuori della stessa libera e consapevole capacità di gestione da
parte dei singoli della possibilità di provare piacere e dolore (entrambi necessari)
nella vita comune, ad assicurare l’ortoprassi e conseguentemente la durata e con
essa l’esserci autentico del rapporto.
Nessuna norma istituzionale, nessun legame di dipendenza o alcun rapporto di
forza possono costringere le persone alla lunga, a convivere, anzi possono
spingerle alla violenza anche inaspettata e improvvisa, contro se stesse e gli altri
più prossimi, fino a compiere gesti talmente aberranti quanto inconsapevoli che,
in altri contesti o in altre condizioni, non avrebbero mai compiuto.
Dobbiamo per questo considerare che la consapevolezza che un rapporto possa
rompersi, anche quando c’è una volontà che ciò non avvenga, è altrettanto
fondamentale quanto quella che tende a concretizzare il sogno di unirsi per
sempre.
La volontà, anche in questo caso, vale meno della capacità di riconoscere le
condizioni effettive in cui ciascuno si trova e quelle con cui si interagisce.
L’ottimismo della volontà, unita a una buona dose di allegria e di ironia (che è
una modalità fondamentale del disvelamento) ed il pessimismo della ragione che
valuta e sa prevenire oltre che affrontare le più spiacevoli ed avverse circostanze,
spesso si rivelano gli ingredienti basilari di un’autentica, felice e durevole
relazione, che non sarà mai possibile costatare a priori se non nel sogno e
nell’utopia (due forme suggestive di nichilismo) ma solo e sempre in itinere, in
una otoprassi condivisa che ogni tanto, sarebbe bene anche raccontarsi con un
po’ d’umorismo.
Gli esseri umani hanno bisogno di sognare e di toccare con mano l’oggetto della
loro felicità, ma tornando ad alcune considerazioni precedenti, solo quando
l’oggetto si scopre a sua volta soggetto, non smette di stupire ed attrarre,
altrimenti, non di rado, prima o poi, stanca fino alla noia. Riteniamo pertanto che
a fondare una ortoprassi famigliare, sia necessaria la persistenza di soggetti
responsabili, che cioè si interrogano continuamente e altrettanto continuamente
riescono a darsi risposte anche se mai definitive, che sono in grado di valorizzare
la specificità della soggettività di ciascuno.
Non è facile confrontarsi e riconoscersi, in particolare quando impegni di varia
natura e divari generazionali sembrano frapporre tra gli esseri umani che vivono
in famiglia, barriere insormontabili, ma ciò può risultare più semplice quando si
scopre la curiosità di capire anche le cose che appaiono insignificanti, leggendo
pazientemente tra le righe, la trama anche complessa della vita che scorre
accanto a noi.
Un fondamentale livello dell’ortoprassi famigliare è quello dell’apertura alla vita e
della sua accoglienza nei vari e molteplici aspetti che questa comporta.
L’essenza stessa della famiglia consiste nel tradurre concretamente, almeno in
parte, quell’immenso potenziale di sogno e di speranza che spinge due individui
ad incontrarsi e a voler condividere la loro sorte, fino all’angoscia e alla meraviglia
che suscitano la nascita di un altro essere umano.
In ogni nascita la natura svela la sua originalità e mette alla prova la tendenza
che l’essere umano ha di cercare certezze e sicurezze, riferendosi a modelli
consolidati. Con questi egli va confrontandosi vanamente, con quella che gli
appare la normalità più efficace a garantire un destino non di gioia, ma di
benessere per i propri figli, spesso trascurando di considerare che la gioia è
proprio la capacità di meravigliarsi per quel che è straordinario, e che la
normalità oltre ad essere un non senso è anche l’habitat in cui si muore (in senso
materiale e spirituale) più facilmente e rapidamente.
Un figlio è in primo luogo una sfida alle nostre facili aspettative e un invito alla
capacità di sorprendersi per quel che accade. Relazionarsi con lui o lei vuol dire
dunque, in primo luogo, accogliere la sua inevitabile diversità nei suoi aspetti
anche imprevedibili e saperla valorizzare non per quel che noi vorremmo fosse,
ma essenzialmente per ciò che è già, con una capacità costante di ascolto,
disponibilità e stimolo alla sua autodeterminazione.
A tal fine è necessaria una ortoprassi aperta al dialogo, al sacrificio,
all’innovazione, alla fantasia e alla creatività, da acquisirsi non solo mediante
iniziative singole ma mediante quelle che possono essere maggiormente
condivise.
Non si deve partire da modelli ma da sensibilità eterogenee in grado di sentirsi,
riconoscersi ed accettarsi, anche nella loro inevitabile diversità.
La diversità, infatti, in tale contesto, è sempre una ricchezza; più sensibilità di
diversa natura offrono maggiori opportunità di crescita, e così un papà e una
mamma più di due papà e due mamme, o varie persone: nonni, zii, cugini,
fratelli, sorelle, più di una.
E’ del tutto evidente che queste brevi considerazioni non tendono a delineare la
fisionomia di un tipo, di un modello di famiglia, poiché le potenzialità di ogni
soggetto che sia in grado con coraggio e determinazione, oltre che con fantasia e
creatività, di formare una famiglia sono tali che, così come sono tanti e diversi gli
individui, tali risulteranno molteplici e variegate le famiglie.
Quello che ci preme sottolineare è che, per un’ortoprassi familiare, ciascuna
famiglia non solo debba esistere e coesistere ma essere come un laboratorio di
ricerca, non avvalorato (e spesso appesantito) solo da istituzioni normative, ma
nemmeno abbandonato al naufragio nell’effimero soddisfacimento di bisogni
casuali e transitori.
Ci piace immaginare la famiglia del terzo millennio come una struttura dinamica
aperta all’interno e all’esterno di se stessa.
All’interno si potrebbero finalmente superare i ruoli stabiliti dalla tradizione o dal
senso comune per una valorizzazione di tutte le soggettività di cui ogni famiglia
può farsi portatrice; esternamente a sé, ogni famiglia ha, tra l’altro, l’opportunità
di superare la sua inconsistenza intrinseca di nucleo a se stante, in cui si
accrescono solo angosce e vengono amplificate le paure fino all’implosione, per
relazionarsi con altre e senza essere condizionata da confronti o raffronti, ma
semplicemente nella sua originalità espressiva.
Mai quanto oggi sono necessari rapporti di solidarietà tra famiglie e specialmente
delle famiglie verso categorie più deboli di persone: bambini abbandonati,
anziani, portatori di handicap, emigranti, ecc., capaci di arricchire ogni tessuto
famigliare di esperienze diverse e originali che possono rafforzarne la coesione e
dotarlo di più autentica concretezza.
Ortoprassi socioeconomica
·       Tempo fa Serge Latouche in un suo famoso libro dal titolo: “Il pianeta dei
naufraghi”, asseriva che: “l’implosione del socialismo reale e la conseguente
fiducia illimitata nelle possibilità del libero mercato, hanno accentuato
l’incapacità di focalizzare adeguatamente le situazioni di esclusione che
vanno estendendosi nel mondo.
Scriveva ancora Latouche: “Non c’è più terzo mondo, ma ci sono dei quarti
mondi. Questo termine è utilizzato per designare tre insiemi distinti di
esclusi: i marginali dei paesi ricchi, le minoranze autoctone, i paesi meno
avanzati” Anche nei paesi ricchi, infatti, ad una crescita generale della
prosperità non corrisponde una equa distribuzione della ricchezza.
Emerge con sempre maggiore evidenza che la globalizzazione dei mercati e dei
flussi di capitale viene sempre più diretta in base a regole che hanno favorito
soltanto alcuni Paesi, i quali hanno modo di incrementare progressivamente
la loro quota di ricchezza. In tale situazione il potere contrattuale dei grandi
gruppi multinazionali si è fortemente accresciuto, causando negli ultimi due
decenni, un forte abbassamento dei prezzi delle materie prime, sia in senso
stretto, che in relazione al prezzo dei prodotti lavorati dalle industrie.
Speculando sui prezzi, questi grandi gruppi hanno ottenuto enormi guadagni,
ma il potere contrattuale dei paesi in via di sviluppo è, a causa di ciò,
fortemente diminuito, così come la loro ricchezza complessiva, rendendo così
incerte le prospettive di reddito e deprimendo gli investimenti.
Come rileva D. Bianchi: in un recente rapporto sulla globalizzazione: “Così nel
2000 il flusso di investimenti esteri concentrato in USA, Europa e Giappone è
stato pari all'80% del totale dei flussi, mentre i Paesi in via di sviluppo hanno
nello stesso anno raggiunto il livello più basso dal 1990, con una quota di
investimenti esteri persino più bassa rispetto alla loro quota dell'export
mondiale e alla loro quota sul totale degli investimenti interni. Considerando
inoltre che gli investimenti diretti esteri sono per la maggior parte, cioè oltre il
90%, finalizzati ad operazioni di fusione e acquisizione, emerge con chiarezza
come nel breve periodo non implichino la creazione di nuove imprese ma solo
il controllo di imprese già esistenti e la creazione di concentrazioni
oligopolistiche”.
Molto interessanti sono anche i dati divulgati di recente dall’ UNDP: Human
Development Report 2002. (Deepening democracy in a fragmented world,
Oxford University Press, New York, 2002.)
In base ad essi scopriamo che “il 10% della popolazione più benestante degli
Stati Uniti (25 milioni di persone) ha un reddito equivalente al 43% della
popolazione mondiale (più di 2 miliardi di persone) e l'1% della popolazione
mondiale più ricca (50 milioni di persone) ha un reddito equivalente al 57%
della popolazione più povera (2,8 miliardi di persone).
A conferma dell'inasprimento delle disuguaglianze tra le varie aree del mondo,
l'UNPD, confrontando l 'andamento dei redditi procapite delle varie aree tra il
1960 e il 1999, ha rilevato che solo per l'Asia Orientale, dove risiedono le
economie più dinamiche, si è ridotta la distanza con il reddito procapite dei
Paesi OCSE, passato da 1/10 a 1/5; nell'Asia meridionale, che negli ultimi
due decenni ha recuperato il peggioramento degli anni '60 e '70, il rapporto
1/10 è rimasto invariato; per l'America latina si è registrato un leggero
peggioramento, con un reddito che rimane circa 1/3 di quello dei Paesi ricchi.
Per l'Asia Orientale, la differenza assoluta di reddito procapite (in valori
costanti) rispetto ai Paesi ricchi è passata dai 6.000 dollari del 1960 ai 13.000
dollari del 1998.”
Da questa analisi emerge con particolare evidenza sia che esiste sempre di
più un rapporto di interdipendenza, che la globalizzazione dei mercati ha
accentuato, tra pesi poveri e ricchi, ma che, allo stesso tempo, mentre questi
ultimi svolgono nell’ambito socio economico un ruolo sempre più di soggetti
attivi, gli altri vengono allo stesso tempo condannati ad una condizione di
oggetti passivi, inutile aggiungere che tale andamento non può che essere
sintomo di una cacoprassi che va accentuandosi inesorabilmente.
Il divario tra ricchi e poveri va però allargandosi anche all’interno dei paesi
ricchi, con politiche di stampo neoliberista che tendono a ridurre i servizi e ad
aumentarne il costo, penalizzando in tal modo i ceti medi sempre più sospinti
verso la soglia della povertà. Negli ultimi 15 anni il numero dei nuovi poveri in
Europa e in Nord America è cresciuto di più di un centinaio di milioni anche
a causa di politiche speculative e della crescita tecnologica che richiede
personale sempre più limitato nel numero e in possesso di alta
specializzazione.
La ricchezza dei grandi gruppi multinazionali che si giovano di una
globalizzazione senza limiti né regole è ormai di gran lunga superiore a quella
posseduta dai singoli stati nazionali, all’interno dei quali le regole della
democrazia non riescono a scalfire minimamente gli interessi consolidati anzi,
spesso si piegano esse stesse alle direttive del mercato, che non è mai
un’entità astratta ma un contesto concreto in cui prevale chi ha più quella
forza che risulta determinata dal suo profitto. Il fatturato totale delle 200 più
grandi imprese multinazionali, equivale ormai al 27,5% del prodotto lordo
mondiale; il valore combinato dei fatturati di queste 200 imprese è superiore
al prodotto lordo mondiale al netto delle 10 più grandi economie nazionali.
Ad aggravare una situazione già molto critica, si aggiunge il fenomeno della
cosiddetta "esportazione del malessere", che consiste in una delocalizzazione
della attività produttive in zone in cui il costo del lavoro è più basso e sono
pressoché inesistenti controlli e misure di protezione ambientale. Così i Paesi
più ricchi riescono ad esportare tecnologie con i loro effetti più negativi:
pericolosità, inquinamento ambientale, scarti di lavorazione. La conseguenza
è sia il risparmio notevole dei costi di produzione, che il maggiore utilizzo di
macchinari ormai incompatibili con le più rigide norme di sicurezza presenti
in Occidente. Aggiungiamo poi a questo fenomeno un altro ancora più
perverso: l'esportazione di rifiuti tossici nei paesi più poveri, reso ancor più
necessario dai più restrittivi provvedimenti normativi e fiscali in ambito
ambientale, della maggiore sensibilità dei consumatori occidentali. In questo
modo, nei Paesi sviluppati è stata realizzata una riduzione dell’impatto
ambientale solo a scapito degli ecosistemi dei Paesi poveri dove il degrado
ambientale aumenta progressivamente, acuito anche da cataclismi naturali
che non possono essere affrontati con adeguate misure di prevenzione
Abbiamo così il paradosso che la crescita delle emissioni tossiche da attività
industriali, in molti Paesi in via di sviluppo, ha un tasso superiore a quello
della crescita economica che pure in certi casi come quello recente della Cina,
appare vertiginosa.
Nei Paesi poveri si vanno inoltre riducendo le risorse idriche mentre i processi
di alterazione delle condizioni ecologiche delle acque hanno conosciuto una
forte accelerazione nel corso degli ultimi decenni. Gran parte della
popolazione utilizza direttamente le acque superficiali o quelle sotterranee,
senza un’adeguata rete di distribuzione o efficienti servizi fognari.
E in questi Paesi assieme all'inquinamento atmosferico, più in generale,
crescono tutti i principali fattori di impatto ambientale: consumo di pesticidi,
consumo di sostanze dannose per la fascia di ozono, erosione del suolo.
Per alcuni dei paesi più poveri tra i poveri si attua ormai una vera e propria
politica di prescindenza, anche perché il loro PNL è di gran lunga inferiore a
quello di ogni singolo uomo più ricco della terra e sebbene vi abitino decine e
decine di milioni di esseri umani. Si attuano solo nei loro confronti politiche
di cooperazione volte più che altro a fornire aiuti umanitari in condizioni di
emergenza tali da non potere essere taciute dai mass media.
Ad aggravare queste già critiche condizioni, si aggiungono scontri interetnici,
religiosi e culturali di vario genere che sfociano in genocidi o atti di
terrorismo, non molto tempo fa tempo fa S. Huntington dichiarava che: “La
cortina di velluto della cultura ha sostituito la cortina di ferro dell’ideologia.
Tale costatazione è dovuta ad alcuni fenomeni rilevanti che evidenziano come
le differenze culturali risaltino più di quelle religiose, che esse sono
accentuate da un mondo in cui lo spazio si va restringendo e che la
modernizzazione tecnologica, generalizzandosi, produce un’esaltazione
dell’identità culturale a scapito di quella nazionale comunque messa a rischio
dalla civiltà occidentale” che aggiungiamo non esita ad esportare le sue regole
anche con la guerra quando lo ritiene necessario.
In un quadro così complesso e squilibrato, è evidente che si rende
indispensabile la necessità di individuare alcune linee di riferimento che
possano costruire una valida risposta alle sfide lanciate dal travaglio
multietnico e dalla disuguaglianza economica e sociale.
Alex Langer propose vari anni fa alcune linee guida per una efficace
convivenza interetnica in una sorta di decalogo che riportiamo in grandi linee:
1 La comprensione plurietnica sarà la norma più che l’eccezione, l’alternativa
è tra esclusivismo etnico e convivenza
2 Identità e convivenza: mai l’una senza l’altra; né inclusione né esclusione
forzata
3 Conoscersi, parlarsi informarsi, interagire “più abbiamo a che fare con gli
altri, meglio ci comprenderemo”
4 Etnico, magari sì, ma non ad una sola dimensione: territorio, genere,
posizione sociale, tempo libero e tanti altri denominatori comuni.
5 Definire e delimitare nel modo meno rigido l’appartenenza, non escludere
appartenenze ed inferenze plurime
6 riconoscere e rendere visibile la dimensione pluri-etnica: i diritti, i segni
pubblici, i gesti quotidiani, il diritto di sentirsi di casa
7 Diritti e garanzie sono essenziali ma non bastano; norme etnocentriche
favoriscono comportamenti etnocentrici.
8 Sono estremamente importanti i mediatori, i costruttori di ponti interetnici
coloro che rischiano attraversando le frontiere anche in casa loro.
9 Occorrono traditori della compattezza etnica ma non transfughi, non
distruttori di radici, e in particolare, in ogni circostanza, atteggiamenti non
violenti.
10 E’ essenziale coltivare nuovi terreni di incontro attraverso gruppi misti
interetnici divulgando e comprendendo la cultura di ciascuno.
L’unica alternativa ad una generalizzata barbarie etnocentrica è dunque
l’educazione e la convivenza interetnica, attraverso la quale ogni soggetto
portatore di una sua specificità culturale, abbia al contempo la possibilità di
valorizzare se stesso ed arricchire il contesto in cui si trova a vivere e operare,
riconoscendo e rispettando le sue regole di convivenza civile, le sue leggi e le
sue usanze consolidate.
La coesistenza di più soggetti culturali e l’interdipendenza tra loro di tipo
economico, sociale e civile è la condizione di una ortoprassi sociale, mentre la
sua negazione è l’appiattimento mediante l’omologazione culturale, il
darwinismo sociale, oppure la barbarie del razzismo generalizzato, nelle sue
varie manifestazioni più o meno violente.
Vi sono dei capisaldi che possono costituire un valido riferimento portante di
una società orientata verso la giustizia e la libertà, mediante la valorizzazione
dell’individualità e la partecipazione delle risorse.
Concludiamo dunque questo capitolo analizzandoli singolarmente in maniera
sintetica.
La partecipazione e l’uguaglianza
Si attuano mediante la consapevolezza che il singolo ha di esistere solo in
base ad un rapporto di scambio con gli altri, garantito da regole che
stabiliscono diritti e doveri uguali per ciascuno; l’efficienza dell’apparato
giudiziario e la sua autonomia dal potere politico è la migliore garanzia
affinché la partecipazione possa attuarsi in modo equo e solidale, avendo
idonei strumenti per combattere e vincere la corruzione e la criminalità in
ogni ambito. Lo Stato deve poter assicurare condizioni di pari opportunità,
servizi efficienti ed ha bisogno per questo, di risorse adeguate garantitegli da
un apparato fiscale efficiente che chieda a ciascuno un contributo progressivo
in base al suo reddito, tanto che chi ha di più dia di più, e chi ha meno dia
meno.
Lo Stato deve occuparsi dei più svantaggiati ma deve mirare alla loro
reintegrazione e non a politiche clientelari o assistenzialiste, lasciando il più
possibile l’iniziativa alla creatività e allo spirito di iniziativa dei singoli.
Lo Stato deve impedire che si verifichino situazioni in cui determinati soggetti
abbiano il controllo di interi apparati produttivi, economici, mediatici o
culturali, limitando in tal modo la libera concorrenza, per costituire oligopoli
che rendono vana in partenza, ogni forma di competizione e libera iniziativa
imprenditoriale.
Chi lavora per lo Stato deve essere selezionato in base alle sue qualità e
motivazioni, e adeguatamente compensato per prestazioni di cui sia accertata
l’efficienza; meno dipendenti pubblici ma pagati meglio e motivati a lavorare
in adeguate condizioni e con orari idonei al loro servizio, garantiscono a tutti
un servizio migliore e più affidabile.
La differenza e la libertà individuale
Si attuano in un contesto in cui ciascuno possa ottenere gli strumenti
essenziali per competere con gli altri e valorizzare le sue differenze e
peculiarità, fin da piccolo, in particolare, con un sistema educativo alla
portata di ognuno, che sia efficiente, aggiornato ed in grado di rinnovarsi ed
ottenere risultati concreti.
La differenza è un valore: questo è il principio base per eliminare in partenza
ogni forma di discriminazione culturale, sessista, politica e via dicendo.
La libertà del singolo non finisce dove inizia quella dell’altro ma si arricchisce
partecipando e comunicando con quella dell’altro. Una libertà non può
limitarne un’altra, altrimenti riduce il suo libero campo di attuazione,
confinandolo in un ambito ristretto ed angusto, né può imporsi su di un’altra
riducendola a servitù o sfruttamento. Lo spazio di una libertà è tanto più
vasto quanto più costituisce un minimo denominatore (o terreno) comune
che, da minimo tende a divenire massimo. Per questo le regole costituzionali
che fondano uno Stato, devono essere largamente condivise e non possono
essere cambiate o stravolte solo mediante la volontà di una maggioranza a
scapito di una minoranza, o essere vincolate agli interessi economici di grandi
gruppi dominati nel mercato.
Ortoprassi ecospirituale
Economia ed ecologia a prima vista, possono apparire termini diversi o
antitetici, se osserviamo però la loro radice semantica, ci accorgiamo che essi
hanno un denominatore comune. Entrambe queste parole derivano dal greco
e in particolare da oikìa che significa habitat, casa.
L’ecologia è la sostanza, la ragione che appartiene, che identifica la casa,
l’economia è invece la norma, la consuetudine che la regola, la rende ordinata
e vivibile.
Appare evidente che la specificità comune, sia dell’ecologia che dell’economia,
è quella di avere cura di un habitat, di una casa comune di tutta l’umanità e
non solo.
L’ambito economico stabilisce una prassi di rapporti relazionati
dall’interazione di ricchezze materiali prodotte dal lavoro umano, che vengono
scambiate mediante regole che mutano nel tempo. L’ambito ecologico d’altra
parte, ci consente di considerare una prassi di rapporti relazionati mediante
l’interazione di diversità e ricchezze esistenti in natura, mediante la
compartecipazione delle varie specie viventi, che si confrontano e competono
in habitat di vario genere in tutto il pianeta.
Il nòmos determinato dalle esigenze dall’umanità ed il lògos dato dalla
scoperta e descrizione delle risorse naturali, possono divergere in maniera
conflittuale e distruttiva, oppure rapportarsi costantemente alla loro comune
radice originaria: la casa comune, e valorizzarsi reciprocamente.
La norma che attualmente riguarda la costruzione, l’orientamento e
l’espansione dell’economia contemporanea è l’accumulazione di profitto. Essa
si basa al contempo sul presupporre che esistano risorse inesauribili e che
per questo, i consumi possano crescere indefinitamente.
L’Occidente, attraverso il relativismo ed il nichilismo che ne consegue, come
falsificazione di ogni dato, di qualsiasi senso assoluto che possa essere
imposto agli altri, sembra non abbia avuto, fino ad ora, quell’autocoscienza
necessaria a riconoscere l’assolutezza inossidabile e incontrovertibile data
proprio dal presupporre una sua crescita materiale senza alcun limite.
Nessun nichilismo e nessun relativismo sono riusciti nullificare o a
relativizzate la tendenza insita nella sua economia a fondarsi e perpetrarsi
unicamente sull’accumulazione di profitto.
Mentre si asserisce che la vera consistenza di una società aperta risulta nello
smentire ogni forma di verità assoluta, che esistono valutazioni etiche ma non
ci sono né spiegazioni né previsioni di tal natura, non è in alcun modo mai
messa in discussione l’assolutezza dell’assunto in base al quale solo
l’accumulazione di profitto (e non ad esempio una sua equa distribuzione) e
l’illimitato sfruttamento delle risorse, possono garantire quei consumi che si
suppongono altrettanto illimitati.
Probabilmente se il nichilismo e il relativismo avessero un effettivo valore per
l’Occidente, avrebbero già da tempo relativizzato e nullificato concretamente
tale assunto.
Il limite di una società aperta che non riesce concretamente ad essere tale, è
dunque quello di chiudersi su un principio che non può o non deve essere
smentito, fino a risultare per questo, una sorta di verità assiomatica, e
naturalmente precludere l’individuazione di ogni eventuale soluzione
economica, politica e sociale che esorbiti da esso.
L’impossibilità o la non volontà di mettere seriamente in discussione questo
assunto nella sua assolutezza, è ciò che fa sì che l’ecologia non possa
attualmente coniugarsi con l’economia.
Scrive Boff in merito alla sostanza dell’ecologia: “L’ecologia è dunque un
sapere che concerne relazioni, interconnessioni, interdipendenze e
interscambi di ogni essere con ogni altro essere in tutti i punti e in tutti i
momenti. In questa prospettiva l’ecologia non può essere definita in se stessa,
fuori dalle connessioni con altri tipi di sapere. Essa è un sapere che non
riguarda oggetti di conoscenza. E’ un sapere di conoscenze che sono collegate
tra di loro”. Haeckel, già nel 1879 definì l’ecologia come “l’economia della
natura”.
L’ecologia non è dunque una questione riservata ad ambiti circoscritti o a
partiti che si definiscono verdi, essa è una dimensione trasversale a vasto
raggio che investe vari ambiti che ora cercheremo di considerare in sintesi,
data la struttura di questo breve saggio.
L’ecotecnologia
La tecnica è un mezzo di cui l’essere umano non può più fare a meno, tanto
che c’è ormai chi la considera un fattore dominante, entro cui lo stesso
destino dell’umanità non può esimersi dal potersi configurare
Se la tecnica ha prodotto enormi guasti all’ambiente, essa però può aiutare a
salvarlo e a migliorarlo. Il limite attuale nell’uso della teconologia è che essa
interviene in particolare, per affrontare le conseguenze più che per prevenire e
comprendere le cause del saccheggio e dello squilibrio tra le relazioni umane
e gli ecosistemi.
La tecnologia non esiste in quanto tale, per se stessa, per quanti progressi
tecnologici si possano attuare, ogni tecnologia risulterà sempre appropriata
solo all’interno di precise coordinate di sviluppo che debbono
opportunamente essere messe in discussione.
Ecopolitica
I progetti tecnologici seguono precisi investimenti decisi dalle autorità
politiche e attuati sia dallo Stato, che dalle singole imprese private, le quali
seguono la logica del profitto più che considerare la sostenibilità dei progetti
in base all’impatto ambientale.
Coniugare l’ecologia con la politica vuol dire sviluppare strategie che mirino al
potenziamento dell’equilibrio dei singoli ecosistemi, compresa l’interazione
con il mondo del lavoro per investire a lungo termine sulla libertà e la
creatività delle future generazioni. Purtroppo, attualmente, non viene quasi
mai messo in discussione il paradigma lineare di sviluppo che presuppone
una crescita infinita e illimitata mediante lo sfruttamento più che attraverso
la valorizzazione e la distribuzione delle risorse.
La giustizia ecologia si rivela inconsistente se non è accompagnata da quella
sociale; è del tutto inutile inviare aiuti umanitari se non si creano le
condizioni necessarie affinché le popolazioni povere o svantaggiate possano
da sole acquisire le risorse necessarie al loro benessere, senza dovere per
questo, accentuare il loro impatto verso l’habitat naturale in cui vivono. La
cancellazione del loro debito è il requisito primario per renderle il più
possibile autosufficienti.
Ecologia psichica
La natura dei rapporti che noi instauriamo e viviamo, dipende specialmente
dal nostro atteggiamento mentale verso gli altri esseri, animati ed inanimati,
che ci circondano.
L’ecologia della mente è indissolubile rispetto a quella dell’ambiente, proprio
perché l’universo delle relazioni che si instaurano tra noi e le cose, viene
sempre interiorizzato trasformando i suoi contenuti in valori e disvalori. Lo
stesso mondo come prodotto del lavoro umano, è la causa di una soggettività
collettiva che poggia su di un senso di appartenenza e su una difficoltà di
comunicazione con gli altri.
Produrre un’ecologia della mente vuole soprattutto dire interrogarsi
costantemente sui rapporti che instauriamo con gli altri esseri e con
l’ambiente in cui vivono, valutando cause e conseguenze delle nostre scelte,
specie in merito ai consumi che operiamo. Vuol dire anche prendersi cura
della nostra mente prevenendo quei condizionamenti che, specie mediante un
uso distorto dei mass-media, possono alterarne l’equilibrio e portarci a fare
scelte inconsapevoli e dalle conseguenze distruttive.
Etica ecologica
E’ quella che ci consente di considerare ogni essere come un soggetto
interattivo e mai come un oggetto di sfruttamento, riconoscendo in primo
luogo, il carattere di singolarità, autonomia e libertà relativa, che ogni essere
possiede proprio perché è tale. Il diritto al presente e al futuro deve poter così
essere garantito ad ogni specie vivente, poiché l’autonomia e la capacità di
relazione sono la conseguenza necessaria sia della biodiversità che della
multiculturalità.
Ma ciò si rivela difficilmente possibile se questo tipo di valutazione etica, che
non vuole essere una spiegazione o una descrizione e dunque una verità
decontestualizzata, non è rapportato ad un orientamento spirituale, senza il
quale esso rischia di degenerare in legalismo, moralismo ecologico o peggio in
mera abitudine comportamentale.
Ecologia spirituale
L’atteggiamento che mira alla crescita illimitata e allo sfruttamento
indiscriminato delle risorse, ha radici lontane sorte con la nascita della
modernità.
Cartesio asseriva che l’intervento umano sulla natura ha lo scopo di renderci
“maitre et posseseur de la nature” E così Bacone ribadiva che noi dobbiamo:
“Assoggettare la natura costringerla a cederci i suoi segreti, legarla al nostro
servizio e farla nostra schiava”
Per superare alla radice tale concezione, dobbiamo tornare ad una visione
spirituale delle cose mediante la quale liberarci sia del puro materialismo, sia
di uno spiritualismo astratto e tendenzialmente metafisico. La spiritualità
non è la fuga nell’inconoscibile ma essenzialmente esperienza di quello Spirito
che non sappiamo mai da dove viene, così come dove va, ma che ci
attraversa, così come permea ogni cosa. E’ percezione del daimon, di quella
scintilla divina che accende la vita di ogni essere. Per questo, però, non
vogliamo teorizzare una forma di rinnovato panteismo, che afferma come
sempre, che tutto è Dio e Dio è tutto, per cui il mondo e Dio si
identificherebbero senza perciò che possa esistere tra loro alcuna forma di
differenza. Tale attitudine sconfina infatti nell’indifferenza. Se tutto fosse Dio
o spirituale, non esisterebbe differenza tra la pace e la guerra o tra le lotterie
o gli sport miliardari e le condizioni dei disabili o dei bambini poveri e
abbandonati o tra collezionare francobolli e rischiare la vita per trovare una
cura alle malattie infettive.
Lo Spirito è in tutto ma non è tutto, vi è una corrispondenza tra lo Spirito e le
cose, data dalla consapevolezza dell’interdipendenza che esiste tra loro, e
anche dalla necessità che tale capacità peculiare all’essere umano porti a
migliorare tali rapporti, alleviando per questo le sofferenze e facendo
diminuire l’ignoranza.
Le tendenze ultime della teologia cristiana chiamano questo processo
panenteismo, Scrive uno dei più famosi teologi contemporanei, Leonardo Boff:
“Dio e mondo sono differenti. Uno non è l’altro. Non sono però chiusi o
separati. Sono aperti l’uno all’altro. Si trovano vicendevolmente implicati. Se
sono differenti è per poter comunicare tra loro ed essere uniti nella
comunione e presenza reciproca.
A causa di questa reciproca presenza, viene superata la semplice
trascendenza e la pura immanenza. Sorge una categoria intermedia, la
trasparenza, che è esattamente la presenza della trascendenza in seno
all’immanenza. Quando succede questo, la realtà diviene trasparente. Dio e
mondo sono dunque trasparenti l’uno all’altro.”
Lo Spirito ha ricevuto molteplici nomi, a seconda delle varie culture
tradizioni: spiritus per i latini, pneuma per i greci, ruah per gli ebrei, mana
per i melanesiani, axé per i nagò e gli yoruba africani e per i loro discendenti
americani, ki per i popoli dell’Asia nord orientale, wakan per i pellirosse
Dakota, shi per i cinesi.
Per tutti esso rappresenta una sorta di organismo cosmico vivente, dinamico
ed aperto all’icommensurabile, all’imprevedibile. L’animismo aveva ben colto
questa specificità dato che più che una dottrina religiosa esso è una
cosmologia, un modo di penetrare in profondità nel cuore delle cose. Tutto
può comunicare con noi se abbiamo orecchie per sentire, se sappiamo e ci
predisponiamo a metterci in ascolto: le montagne, le onde, le stelle, le persone
persino le pietre, gli oggetti domestici e le opere d’arte, ci parlano
continuamente.
Lo sciamano anticamente e l’artista oggi (che può anche essere filosofo o
mistico) leggono, ascoltano il messaggio delle cose, lo sciamano non è
puramente preso dalla forza spirituale che le cose emanano, ma è uno che sa
trovare una relazione comunicativa con loro.
Studi recenti ci fanno capire che ruah in semitico, ha più a che fare con la
dimensione che intercorre tra cielo e terra piuttosto che significare il vento o il
soffio, è in senso proprio, la vitalità dell’interconnesione tra tutti gli esseri,
una realtà energetica che pervade la dilatazione cosmica.
Nella Genesi si parla di Ruah che aleggiava (merahephet) sul tohuwabohu (il
caos originario delle acque).
Tale espressione ci rinvia all’immagine con cui gli uccelli acquatici covano le
uova o volano in forma circolare sulle acque, e nella cultura antica l’uovo è il
simbolo cosmico per eccellenza.
Per avere la capacità di sollecitare l’attitudine sciamanica che cova entro
ciascuno di noi, dobbiamo evitare le innovazioni superflue, ma piuttosto
scoprire quella necessità che è già insita nelle cose. Heisemberg asseriva che:
“Il cambiamento nella struttura mentale viene imposto dai fenomeni, dalla
natura stessa, mai, in nessun modo, dall’autorità umana”.
Si realizza sempre e solo quel profondo cambiamento anche nella storia che è
già insito nella natura delle cose, i grandi personaggi che lo propiziano in
genere, più di altri, sanno interpretarlo.
Entrare nel cuore di un’autentica spiritualità non codificata da norme
religiose spesso conflittuali, vuol dire percepire la natura del cambiamento in
atto, comprendere che le cose pur essendo le stesse di miliardi di anni fa, non
sono destinate a permanere nell’assetto attuale, specie in senso ecologico,
etico ed economico.
Oggi il cambiamento già in atto ma di cui ostinatamente non ci si vuole
rendere conto, è quello che ci porterà necessariamente a superare la logica
del profitto, non sappiamo come avverrà pienamente, né quanto ci vorrà
perché si attui definitivamente, ma è già in atto da tempo nelle coscienze, e
già effettivo concretamente, specie quando l’umanità si riscopre nuda di
fronte ad immani sconvolgimenti naturali e alle conseguenze disastrose di
imprevedibili atti umani distruttivi.
·       Conclusione
“….Ma come puoi comprare o vendere il cielo e il calore della terra? Una tale
idea è a noi estranea. Se non siamo padroni della purezza dell’aria o del
brillare dell’acqua, come puoi dunque comprarli?
Ogni zolla di questa terra è sacra per il mio popolo. Ogni foglia rilucente di
pino, ogni arenile, ogni velo di nebbia nella foresta scura, ogni radura e ogni
ronzare d’insetto sono sacri nelle tradizioni e nella coscienza del mio popolo.
La linfa che circola negli alberi porta con Sé i ricordi dell’uomo rosso.
L’uomo bianco dimentica la sua terra natia quando, dopo la morte comincerà
a vagare in mezzo alle stelle. I nostri morti non dimenticheranno mai questa
terra così benfatta: essa è la madre dell’uomo rosso. Siamo parte della Terra e
la Terra è parte di noi. I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo e
la grande aquila sono nostri fratelli. Le creste rocciose, le pianure
verdeggianti, il calore dei ponies e dell’essere umano, tutto appartiene alla
stessa famiglia….”
Così il capo indiano dei Duwamish si rivolse ad Isaac Stevenson allora
governatore di Washington che nel 1856 voleva comprare le terre degli
indiani.
“Maestro qual è il comandamento più grande della legge?” Gli rispose:
“Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con
tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il
secondo è simile al primo: amerai il prossimo come te stesso. Da questi due
comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti.” (MT 22; 36-40)
Analizzando più in profondità questo brano del Vangelo, osserviamo meglio: il
più grande comandamento della legge poìa entolè magàle èn tò nòmo; entolè è
il precetto, ciò che letteralmente è dentro, coerente con una norma interiore
(nòmos) un ordine di cose. E notiamo ancora: che “il secondo è simile al
primo”: “deytèra dé omoìa ayte” in cui omoios non è solo simile ma in
particolare: uguale, medesimo, identico.
Ed infine: Amerai il prossimo tuo “Agapéseis tòn plesìon” in cui plesìos è tutto
quello che è prossimo, vicino, relazionato con chi ama.
Amare Dio e relazionarsi con amore con tutto ciò che ci è vicino, o che pur
lontano, si manifesta necessariamente alla nostra attenzione, superando la
limitatezza dei nostri sensi o di una mancata attenzione e cura, è la stessa
cosa (omoia), la medesima prassi.
Prossimo è dunque l’uomo, il bambino, la donna, l’anziano e in particolare,
quello che a causa del suo dolore reclama con più forza la sua prossimia, ma
è anche ogni elemento della natura, dal fiore alle stelle e direi, anche ogni
prodotto del lavoro umano o della sua arte che si manifesta alla nostra
attenzione.
Attraverso una corrispondenza che consente ad ogni soggetto, umano
naturale o storico, di esplicare la sua soggettività, relazionandosi con gli altri,
in una ortoprassi che è conoscenza, attenzione, rispetto e in definitiva, amore
reciproco, si realizza una visione cosmica dell’etica.
Essa consente non solo di rispondere a, ma anche di rispondere per, di
replicare cioè alle sollecitazioni dell’universo con cura vigile, con una
sensibilità che non si riduce alla conoscenza come dominio, ma che implica
un reciproco coinvolgimento di ciascun soggetto nella dinamica dell’altro.
Ciascun soggetto, essere inanimato o inanimato, trova nell’altro la ragione del
suo esistere in un olismo che è integrità di se medesimo, messa in risalto
dalla necessità dell’integrità altrui.
La saggezza filosofica non consiste dunque nel distacco (nell’apatheia) da ciò
che ci circonda, ma piuttosto in un migliore e maggiore coinvolgimento di noi
stessi nella dinamica dei rapporti che caratterizzano il divenire degli eventi.
Avendo cura di qualcosa e rispondendo sempre a qualcuno e con qualcuno,
più facilmente la conoscenza riesce a coniugarsi con i sentimenti e trarre da
essi, entusiasmo e calore.
Così, conoscendo ed amando in profondità, fino a cercare di raggiungere il
cuore delle cose e degli altri esseri viventi, non facciamo altro che penetrare
nell'essenza profonda di noi stessi, scoprendola eterna ed infinita.

Carlo Felici

 

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